NON SOLO COMANDI (A PROPOSITO DI CANI)

di Riccardo Totino – educatore cinofilo

Linda è entrata a far parte del mondo della cinofilia come volontaria in un canile, poi ha adottato Raja’ che da cane apparentemente semplice si è rivelato un vero problema. Ci siamo conosciuti ed è nata una bella amicizia, il suo cane è fantastico ma ha bisogno di essere seguito con sicurezza e determinazione. Qualcuno lo vedrebbe come un fantastico cane tutor, ma mi dispiace per lui questo ragazzo ha già la sua famiglia. Tra le varie proposte di discussione che ho lanciato su FaceBook Linda mi scrive:

Quest’anno, grazie a Riccardo, ho avuto l’opportunità di assistere come uditrice esterna a diverse delle lezioni del corso di Cane Uomo che si sono tenute presso la Fondazione Prelz, nel ‘canile’ di Campagnano. Tra tutte le azioni (e ne sono state fatte e sperimentate tante: allegre, importanti, nuove e di cazzeggio!) una in particolare mi è rimasta impressa, quella espressa dalla voce verbale ‘proporre’. Ad essere esaminate non sono state solo ‘le proposte’ filogenetiche e ontogenetiche che i cani ci rivolgono. Quelle proposte che noi – in veste di educatori a pieno titolo o meno – dovremmo saper discernere, valutare, apprezzare o respingere, per poter entrare con l’universo peloso in una relazione costruttiva. Ad essere esaminate sono state anche le proposte che noi, bipedi implumi, possiamo (o non possiamo, in quanto resteremmo del tutto incompresi) rivolger loro. E su questo il terreno si fa più restio e sdruccioloso, perché anche un comando è una proposta che però, dato nella maniera sbagliata, potrebbe non avere seguito. ‘Proporre’ a Campagnano ha avuto innanzitutto il senso di trovare il modo per suggerire al cane di incrementare i suoi pattern di comportamento. Il che declina in maniera abbastanza differente l’idea dell’ “obbedienza”, che è quello che noi – come proprietari di cani – spesso pretendiamo dai pelosi. Nel caso particolare di un cane selvatico che ho osservato da vicino, ‘proporre’ ha significato entrare per settimane nel suo recinto, invitarlo a seguirci in quanto guide, beccarsi la frustrazione del suo rifiuto. Una, due, anche dieci volte. Ma l’undicesima volta, chi ha gli strumenti e sa come non trasformare la proposta in aggressione, forse avrà seguito; o almeno ci potrà ben sperare. Correlato, non meno importante anzi fondamentale, è che la ‘proposta’ rispetto a ‘un ordine’ aprendo nuovi orizzonti di possibilità di azione per il cane, da un lato lo rende terribilmente ‘orgoglioso’ delle sue nuove capacità, dall’altro lo pone in una relazione talmente grossa di rispetto verso chi gli ha ‘insegnato a fare’, che il termine comando e obbedienza sarebbero completamente insufficienti per descriverla. Raccontando di cose che conosco, questa mattina il suddetto cane selvatico è uscito quatto quatto per inseguire un gatto nel giardino di casa (cosa che gli piace da morire…!). E’ bastato un mio lievissimo richiamo per stopparlo, farlo voltare verso di me, fargli muovere la coda e il muso in maniera (assurdamente buffa) pacificatrice. E stiamo parlando di un cane che rifuggiva qualsiasi contatto con l’umano. Un cane con cui (purtroppo) il ‘proprietario’ definitivo avrà ancora dieci oceani di lavoro da solcare.

Ma è così facile saper ‘proporre’? Per me no. E per questo se avrò la disponibilità (economica e di tempo) il corso lo vorrei fare. In caso contrario, Ric, sarà una triste rinuncia.

Mi piacerebbe riuscire a spiegare meglio la trasformazione di un rapporto con un cane da un’esclusiva “dominanza-sottomissione” a una relazione fatta di messaggi inviati e ricevuti in modo assolutamente bidirezionale e finalizzati alla comprensione.

Iniziamo questa discussione con la domanda giusta: Qual è la differenza tra un comando e un’indicazione di comportamento?

Comando:

Pretendere da un altro individuo un comportamento a cui non si può sottrarre: deve metterlo in atto e possibilmente senza pensare.

Indicazione di comportamento:

La proposta di far assumere un comportamento diverso da quello che l’altro ha in mente e che ai suoi occhi dovrà risultare più vantaggiosa.

È ovvio che una volta appreso, un comportamento potrà essere utilizzato sotto forma di comando, ma è necessario fare un’importante distinzione tra apprendimento e prestazione. Durante la fase di apprendimento è stupido imporsi all’allievo: otterremmo solo chiusura o inibizione che potrebbe anche sfociare in rabbia e quindi in aggressività, tuttavia spesso è necessario forzare un po’ la mano per aiutare il soggetto a spingersi oltre quelli che lui ritiene essere i suoi limiti. E qui subentra il tema della conoscenza: il limite esiste più frequentemente nella mente che non nella realtà. Facendogli affrontare il suo limite il cane si rende consapevole oltre che delle sue capacità, anche dell’utilità di fidarsi degli umani. Durante queste fasi l’insegnante deve saper valutare lo stato d’animo dello studente, le sue capacità reali, il contrasto con i limiti della mente, le sue emozioni e proporre percorsi adeguati in modo che l’allievo si sorprenda di sé stesso. Il tutto non deve essere motivato dal raggiungimento del successo dell’insegnante, ma solo dell’allievo.

Ora abbiamo bisogno di fare luce e definire al meglio alcuni termini che vengono utilizzati durante un percorso di educazione o rieducazione cinofila.

Comunicazione:

La comunicazione a grandi linee consiste in uno scambio ripetuto di segnali che abbiano un senso logico, coerente e interpretabile tra l’emissario e il ricevente alternandosi nei ruoli l’uno con l’altro. Per essere più chiari il ricevente subito dopo avere interpretato il segnale diventa l’emissario di un nuovo messaggio e di conseguenza l’emissario diventa il ricevente.

Quando ci confrontiamo con una persona tutto questo è assolutamente normale: chiediamo una qualsiasi cosa e l’altro ci risponderà in modo sensato e coerente. Se questo non avviene non sarà difficile pensare che l’altro o è fuori di testa o non comprende ciò che stiamo dicendo. Nella relazione con un cane niente cambia rispetto a questi presupposti tranne la diversità di linguaggio. “Parlare” con un cane è paragonabile a due persone di nazionalità diversa che parlano ognuno la propria lingua e sono in grado di capirsi ma non di parlarsi. Proviamo a immaginare che possiamo capire l’inglese ma non sappiamo parlarlo e siamo di fronte a una persona che comprende l’italiano ma non lo sa parlare: un dialogo o un confronto sono possibili. È vero che una persona può imparare anche a esprimersi in una lingua diversa, ma un cane invece non potrà mai parlare e un umano non potrà mai muoversi come un cane.

Apprendimento:

Quando si parla di apprendimento emerge spesso la parola “condizionamento”. Il condizionamento è però un termine riduttivo per spiegare i meccanismi di questo processo della mente. È stato utilizzato da I. Pavlov ai primi del ‘900 per spiegare come un animale (considerato un essere privo della ragione) potesse apprendere un comportamento. Altri studi a seguire il suo lavoro hanno iniziato a porre delle perplessità su quella definizione di apprendimento, E. Tolman già negli anni ’50 iniziava a sospettare che nei topi utilizzati per i suoi studi ci fosse “comprensione” e non automatismi acquisiti. Ad oggi si afferma sempre di più la tesi che gli animali realizzano e utilizzano i processi cognitivi. Un processo cognitivo è la sequenza dei singoli eventi necessari alla formazione di un qualsiasi contenuto di conoscenza, alla produzione di un pensiero o di un’idea.

La Mente:

Preferisco iniziare con un esempio. Ogni persona che entra in un supermercato si avvia con un carrello vuoto, all’uscita non sarà possibile osservarne due con contenuti identici. Inoltre il modo in cui saranno utilizzati i prodotti sarà diverso per ogni persona.

Il cervello raccoglie e incamera un certo numero di informazioni: maggiore è il numero delle informazioni più ampia sarà la conoscenza. Le informazioni vengono acquisite dall’ambiente esterno e raccolte in particolari aree del cervello per essere recuperate e utilizzate nei momenti opportuni, tuttavia le conoscenze possono essere anche autoprodotte come risultato dell’elaborazione di quelle già acquisite. Di fronte allo stesso stimolo ogni individuo reagirà in funzione delle conoscenze che ha e dal modo in cui le ha percepite e utilizzate fino a quel momento. La storia di un individuo è fatta dalle conoscenze che ha e da come le ha utilizzate; il futuro è dato dalla possibilità di ampliarle e di utilizzare quelle che ha in modo nuovo. Apprendere significa cambiare. Una nuova conoscenza influenzerà inevitabilmente il comportamento successivo.

Prestazione:

Mettere in atto e al meglio i comportamenti appresi a seguito di una richiesta o di un comando. La prestazione è anche utilizzata come indicatore dell’avvenuto apprendimento. In merito a quest’ultima considerazione è necessario sapere che se è vero che l’ottenimento di una prestazione indica l’avvenuto apprendimento, la mancata prestazione non è indice del contrario. Un cane può sapere cosa deve fare e non averne voglia o valutare quella prestazione inopportuna in quel particolare contesto.

 Accettati questi assunti possiamo proseguire nella nostra dissertazione.

 In questi anni dedicati a comprendere meglio il mondo canino ho capito una cosa importante: i cani pensano!

«Beh!» direte voi, «Hai scoperto l’acqua calda!» Già, ma molto raramente ho visto e vedo persone, proprietari, colleghi, bambini o anziani “parlare” con il cane come se stessero di fronte a un individuo che ha bisogno del suo tempo per capire ciò che gli si sta chiedendo e osservare con attenzione le proposte che l’animale fa di fronte alla richiesta effettuata. E per far questo c’è bisogno di tempo. Ma il tempo necessario affinché un apprendimento si consolidi nella mente di un cane è di diversa natura: ce n’è bisogno sul momento per riflettere su quale scelta sia apparentemente la più sensata e subito dopo ne serve altro, per valutare le conseguenze del comportamento selezionato. Se il problema viene riproposto, il cane dovrà valutare  il nuovo, seppur noto stimolo, anche in funzione dell’esperienza precedente e per far questo avrà bisogno di altro tempo per “pensare”. La reiterazione di un’esperienza con conseguenze simili, conduce all’emissione di automatismi dati dalla conoscenza e non dal condizionamento. Per fare un esempio: se uscendo di casa dobbiamo scendere un gradino, lo faremo con naturalezza senza pensare ogni volta: «Oh!, c’è un gradino! Devo misurarne l’altezza per calcolare il movimento adatto!». Non lo faremo perché la nostra mente sa dell’esistenza e della natura del gradino e così risparmieremo energia. Ma se durante la notte qualcuno modificasse l’altezza del gradino, il mattino seguente noi inciamperemmo. Mano a mano che le conoscenze aumentano e si radicano nella nostra mente, avremo bisogno di sempre meno energia per utilizzarle.

Dunque il problema principale non è insegnare al cane a fare qualcosa, ma insegnargli a imparare. Dargli uno stimolo e lasciargli il tempo di trovare una soluzione, dargliene un altro e aspettare che lui ne trovi una nuova. Fare in modo che sia lui ad imparare a risolvere i problemi e non pressarlo ripetendo continuamente cosa deve fare. Insomma, permettergli di scoprire la sua strategia di apprendimento! Se coltiviamo questa “base”, per il cane sarà molto più semplice apprendere qualsiasi cosa e se questo è vero in generale, lo sarà ancor più con i cani di canile, che non hanno mai avuto contatti “didattici” con l’uomo. La convivenza con noi permette a questo animale di acquisire una quantità di informazioni che in un branco non potrebbe mai conseguire, così come è vero il contrario. Di certo la vita in famiglia pone lo stato emotivo del cane in una condizione di estrema tranquillità e sicurezza rispetto a una vita libera e per questo può imparare con serenità (senza doversi guardare intorno) a saltare ostacoli, passare nei tubi, girare su se stesso, fare slalom tra le gambe degli umani. Non dobbiamo dimenticare che tra i bisogni primari prevale su tutti e tre quello di “sentirsi al sicuro” e ben sappiamo che se un individuo non si sente al sicuro non mangia, non beve, non dorme e non si accoppia. Sarà dunque necessario iniziare a osservare (rispetto a quello che l’ambiente può offrire) cosa permette al cane di sentirsi in una condizione agiata e intentare un programma basato sulla costruzione di un rapporto di fiducia. Già, perché la fiducia è alla base della comunicazione e dello scambio di informazioni! Se il cane non si fida di noi e viceversa, non riusciremo a insegnare nulla.

Il cane è un animale notturno e territoriale, quelli che vivono in famiglia invece sono diurni e spaziano in aree talmente vaste e scollegate che non saprebbero proprio come definire i limiti del loro territorio. Se ne deduce che la capacità adattiva di questo animale è veramente alta. E proprio su questa adattabilità che noi facciamo leva per insegnare loro dei comportamenti che non gli appartengono, avallati dalla fiducia riposta nella nostra specie dal patto di solidarietà e collaborazione che abbiamo stipulato con il cane qualche millennio fa.

Con i cuccioli è tutto molto più facile: il carrello è vuoto e la spesa la facciamo noi. Dentro ci mettiamo tutto quello che serve per vivere con noi e poi gli “cuciniamo” le pietanze come più ci piace. Ogni tanto capita di non cuocere al meglio qualcosa o di rovinare un arrosto, a volte capita di mettere nel carrello cose inutili o di acquistarne altre che magari ci hanno consigliato, ma che poi facciamo andare a male perché non sappiamo come usarle. E qui subentra il lavoro degli educatori cinofili, che ci insegnano cosa acquistare, come utilizzarlo e probabilmente tutto va a posto.

I periodi sensibili di un cucciolo rappresentano uno dei momenti chiave in cui fare “la spesa” nel modo giusto. È importante che sin da piccolo impari a conoscere il mondo che dovrà affrontare, per poterlo considerare “normale” quando avrà la consapevolezza e la capacità di valutare gli stimoli che incontrerà come sicuri, normali o pericolosi. Fino ai tre mesi i cuccioli accettano gli stimoli esterni in modo “meccanico”, “rubando” le emozioni agli adulti che hanno intorno e affidandosi completamente a loro per sentirsi al sicuro. Un cucciolo che non è stato inserito in un ambiente urbano in modo corretto, molto probabilmente avrà “paura” ad affrontare gli stimoli a lui sconosciuti o meglio assumerà degli atteggiamenti che noi leggiamo come espressione di timore. In realtà non avrà paura della motocicletta, ma si sentirà al sicuro se riuscirà a starsene alla larga. Così molti cani che sembrano aver subito chissà quali angherie, di fatto hanno solo imparato a tenersi a distanza da particolari “stimoli”, solo perché sono sconosciuti e ne sono ignote le conseguenze. Sarebbe meglio definirli estremamente prudenti piuttosto che paurosi. I cani nati randagi, catturati e messi in un canile ne sono la prova. È interessante osservare di quanto tempo abbiamo bisogno per “convincerli” ad affrontare una novità. Il cane in questione ha riempito il suo “carrello” acquistando informazioni in “negozi” particolari e la sua libreria è piena di testi dal titolo “Diffidenza”, che gli insegnano a vivere in modo autonomo rispetto a noi. Per loro passare sotto le gambe di una persona potrebbe rappresentare uno dei più grandi pericoli al punto da considerarlo un comportamento a rischio di sopravvivenza.

Sotto quest’ottica il cane è un animale pensante che raccoglie tutte le sue conoscenze per comportarsi nel modo che sceglie più opportuno. Gli ormoni sono le leve che innescano le richieste, i geni forniscono gli strumenti e la mente media con l’ambiente esterno, valutando tutto ciò che è in grado di percepire, aggirando e affrontando gli ostacoli per soddisfare l’organismo con il minimo dispendio di energia. Le emozioni giocano un ruolo estremamente importante nella scelta di un comportamento e l’umano di riferimento deve saper mediare e se necessario trasformarle. 

Possiamo dunque concludere che la differenza tra comando e indicazione di comportamento investe la consapevolezza e la capacità di mettersi in gioco che ha l’umano di riferimento. Si tratta anche di avere il coraggio di cercare di costruire un rapporto di fiducia spingendo su quelle potenzialità occulte che il cane non sa di avere e non avallando i suoi timori. Nel carrello della spesa dobbiamo mettere, nostro malgrado, dei cibi che vanno bene per la società ma che il cane considera velenosi. Noi abbiamo il compito di rendere appetibili quegli alimenti e imparare a cucinarli in una maniera tale per cui il nostro allievo inizi a desiderarli anziché evitarli. Fa parte di un percorso dove, agli occhi del cane, il proprietario impara a mantenere quella figura di riferimento nata quando il cucciolo aveva tra i due e tre mesi e che si evolve con lui. Qualsiasi cuoco sa che non è possibile imparare a cucinare dal niente: oltre ad una conoscenza certa degli ingredienti di base e del loro modo di reagire alle varie cotture, il cuoco sa che la conoscenza dei differenti gusti delle differenti persone che siederanno alla sua tavola è una parte essenziale del suo lavoro. Solo dopo che i clienti, da avventori di passaggio, diventano habitué del ristorante il cuoco potrà permettersi di proporre con successo nel menù anche qualche cosa di veramente sperimentale… Fuori di metafora, lavorare attraverso indicazioni di comportamento anziché imposizione di comandi complica in maniera esponenziale il lavoro dell’educatore, perché non saremmo arrivati alla meta quando il cane avrà imparato a “mettersi seduto”, ma solo quando il cane si siederà spontaneamente perché sa che in quel momento è la cosa migliore da fare per tutti. Quello che Campbell definiva come differenza tra cane obbediente e cane disciplinato. Il compito dell’educatore non sarà più riferire e applicare al binomio cane-padrone delle regolette presenti in qualsivoglia manuale, bensì ‘ammaestrare’ (inteso come render maestri) cane e proprietario in una relazione virtuosa dove in maniera biunivoca l’uno e l’altro abbiano voglia e capacità di potersi fidare. E questo tenendo conto delle allergie, idiosincrasie, riluttanze, disgusti che nella varietà delle persone e dei cani si incontrano.