“SANTE STORIE”, TANTE STORIE: UN LIBRO DA LEGGERE

COVEREnrico Galantini, da bambino, voleva diventare santo, o almeno missionario, ma per una questione di coerenza fattagli notare dalla madre, ha deciso di seguire altre vie fino al giorno in cui si è ricordato di questa sua infantile vocazione e ha deciso di scrivere un libro sui santi. La via della scrittura, infatti, è quella che egli ha percorso nella sua vita – al posto della più accidentata che conduce alla santità, – facendo il giornalista e riversando in questa professione le sue infinite, mai banali e sempre approfondite, curiosità. Io lo ho avuto come collega (che mi ha aperto la strada della redazione del giornale sindacale nella quale era approdato dopo aver lasciato un comodo posto nell’ufficio stampa di una grande azienda) e l’ho sempre considerato il “migliore”, perché capace di coprire ogni ruolo redazionale e soprattutto provvisto dell’intuito della notizia e del dono della sintesi che i giornalisti credono tutti di avere, ma non sempre è così. Non mi sorprende, perciò, questo suo libro fatto di una serie di ritratti, rigorosamente e senza eccezioni di 2.500 battute, di “persone non comuni” (come uno assurto agli onori dell’altare indubbiamente deve essere) nel quale egli condensa una testimonianza del santo prescelto pronunciata in prima persona (come si fa tante volte quando si scrive un “medaglione”). Il libro è, dunque, una galleria che espone ventisette finti autoritratti di santi, costruiti a partire dal “particolare” che è stato l’essenza della loro santità ma anche della loro umanità, perché è l’umanità delle persone a renderle sante. Questa lettura insegna tante cose nuove; mi ha fatto ricordare i racconti dal vivo di Enrico, rigonfi di informazioni sulle chiese di Roma, per esempio, o i suoi “ri-racconti” dei libri preferiti (spesso letti in originale nelle lingue che ha praticato: cito solo il suo vasto catalogo di romanzi gialli, che furono anche oggetto di una bella rubrica per un periodico del sindacato di polizia). Alcuni dei ritratti contenuti nel libro commuovono, sono perfetti: quello di Mesrop Mashtots, il monaco che inventò l’alfabeto armeno, per dire. O quelli di Ambrogio e Lorenzo, o ancora quello “filosofico” di Anselmo da Aosta e quello di Bibiana, il cui simulacro evidenzia la mano destra posta quasi a scansare il supplizio imminente. Si diceva che queste pagine nascono da un’irrisolta questione di coerenza. Enrico, infatti, lo scrive in una postilla conclusiva, desiderava fare il missionario per soccorrere i bambini africani, ma non gradiva il pollo. Fu così che la madre (persa da Enrico, che era giovanissima, e il cui soffio lieve impresso nelle pagine che chiudono la galleria di ritratti vuol dire un ricordo ormai pacificato) gli fece notare che questo era un limite invalicabile perché se avesse fatto il missionario il pollo avrebbe dovuto imparare a mangiarlo, “perché i bambini dell’Africa il pollo se lo sognano la notte. ‘E tu con che faccia andresti da loro a dire no, il pollo non lo mangio perché non mi piace. Che razza di missionario saresti?’ ”. Di fronte alla scelta, di dover mangiare il pollo per diventare un missionario credibile fino a diventare santo, Enrico che le sue coerenze le ha vissute sempre senza tentennamenti (lui dirà che non è così, ma io ho sperimentato che è così), ha preferito scrivere: perché, come diceva Woody Allen, chi non ha vizi dorme tranquillo la notte, ma chi li ha, da sveglio, si diverte di più. (Tarcisio Tarquini). P.S. Per chi volesse acquistarlo: e.galantini@alice.it