PORTA PIA E PORTA SALARIA, DUE STORIE MOLTO DIVERSE

porta piaNon che tutti i fratelli d’Italia siano uguali. E nemmeno le porte. Come Porta Pia o Porta Salaria, tanto per citarne due. Che, così vicine tra di loro, hanno avuto sorte che più lontana non sarebbe potuta essere. Guarda come vanno, a volte, le cose. La prima, conosciuta da tutti, famosa come Garibaldi, spolverata ogni 365 giorni per l’anniversario, rimessa completamente a nuovo ogni cinquant’anni. Fiori, corone, baldacchini, discorsi, vecchi reduci e bambini festanti. Addirittura cardinali che hanno saltato il fosso e ora esaltano l’evento. Un Museo all’interno, dove si trova pure la bicicletta con un solo pedale di Enrico Toti. E, poi, quella statua imponente, lì fuori sulla piazza, a guardia imperitura dello Stato italiano e del luogo. L’altra, a poco più di cento metri, nata porta salariaessa pure col nome di un papa dei tempi andati, ma più prosaicamente ribattezzata Salaria. Perché da lì, come tutti sanno, si arrivava – ancor oggi si arriva – dall’altra parte dell’Italia, all’Adriatico. Bizzarria della Storia, nel 410 d.C. dal suo ingresso era passato come un bersagliere il re dei visigoti, Alarico, per compiere il peggiore tra i sacchi di Roma. Evento epocale che sant’Agostino, nientemeno, aveva visto come segno della prossima fine del mondo o della punizione che Dio infliggeva ad una città corrotta (ma erano, evidentemente, altri tempi). Quello dei barbari, a rifletterci, era già un precedente sinistro. Perché i visigoti non erano passati per la porta poco più giù? Come quando ti ritrovi la casa svaligiata e anche tu, nel tuo piccolo, ti chiedi perplesso: “Ma non potevano andare dal vicino della porta accanto?”. Doveva essere scritto che tutte le disgrazie capitassero alla sfortunata Porta Salaria. Non bastasse ciò, quei benedetti colpi di cannone, entrati senza chiedere permesso nel famoso giorno del 1870, che l’avevano sberciata. Disgrazia volle che la ricostruzione dovesse restare, per la Storia, solo un fugace ritocco, foto ricordo per le generazioni successive. Vent’anni appena di tranquillo tran tran, con poche macchine a passargli accanto, e carri e carretti cigolanti a iosa, come si addiceva di più a quei tempi. Che gli va a capitare, insomma, alla Porta finalmente risorta? E’ il 1921, annus horribilis per l’Italia. Il sindaco di allora, tal Luigi Rava, non si fa scappare l’occasione di essere lui, lui da solo, bersagliere d’assalto. Che in quattro e quattr’otto, la fa buttare giù, come niente fosse, senza cannoni, senza morti e feriti: a colpi di vanga e piccone. Altro che Breccia risorgimentale. E addio per sempre Porta Salaria. E la domanda, ancor oggi, resta. Perché mai tanto furore? Un uomo di cultura, economista illustre, ministro più volte, che decide di mettere in piedi, e su due piedi, una Piazza Fiume qualsiasi. Che, diciamo la verità, non sarà tra le più belle, scenograficamente soverchiata da quel piazzale più in là, con tanto di statua equestre e alberi d’alto fusto. Anche se, poi, tutti si sono affezionati col tempo a Piazza Fiume, alveo fluviale simbolico tra Po, Tevere, Isonzo, che più vicini di così non potrebbero essere, nella realtà immaginifica della toponomastica. Ma lui, il sindaco Rava, in quanto ad affetto, di più. Piazza Fiume è una sua creatura, carne della sua carne. E chissenefrega di una vecchia Porta, di fronte al progresso. Già, di fronte. Perché lui, il primo cittadino abitava lì, nell’imponente palazzo d’epoca che guarda le Mura, proprio di fronte alla Porta. E giù, di colpo, l’angusto ingresso. Il primo cittadino di quel lontano 1921, come usano i politici, mascherò la compulsiva genialata per scelta di modernità. Ma il popolino di allora – da quelle parti, dove abitava lui – aveva messo in giro una voce da leggenda metropolitana. Insomma, si spettegolava che lui, già avanti negli anni, si fosse bizzarramente invaghito di una piacente giovinetta che abitava proprio all’angolo tra le vie Piave e Calabria di oggi, al quarto piano di un palazzone costruito qualche anno dopo la Breccia. Porta Salaria, perbacco, faceva velo, e il sindaco, non potendo osare oltre, un po’ per l’età, un po’ per il ruolo – così dicevano – voleva almeno poter sbirciare di nascosto, dalle sue finestre, quella della stanza della giovane “dirimpettaia” che aveva in qualche modo risvegliato i suoi stanchi torpori. E, allora, senza pensarci due volte, aveva messo mano al piccone ed era nata Piazza Fiume. O, meglio, non c’era più Porta Salaria. Che oggi, a perenne e immemore ricordo, su cui nessuno può soffermarsi, ha al suo posto un’anonima lapide sull’asfalto, esattamente dov’era la Porta. Su di essa, ogni giorno passano migliaia di pneumatici incuranti e qualche pedone, incurante pure lui del pericolo che si corre, attraversando la Piazza-Fiume-in piena di auto e moto frettolose. Per colmo di sfortuna – raccontavano ancora – la fanciulla era andata presto in sposa ad un maniscalco di Piazza Sallustio, o come allora si chiamava, e si era trasferita sette o otto caseggiati più in là. Il povero sindaco, nell’impossibilità di spianare mezza città, era così tornato a malincuore e per sempre ai suoi tediosissimi studi di economia. Diciassette anni dopo – guarda, a volte, la cabala – costeggiando altre Porte, come a tutti accadeva allora, se ne era andato anche lui dritto dritto al Verano. Che, diciamolo, per quanto vicino a Piazza Fiume, tanto per chiudere il cerchio della storia, “fuori porta” si trova. Come a dire che, fuori di porta e fuor di metafora, cose del genere non sarebbero potute più accadere.