QUANDO ALLA SAPIENZA C’ERA LA PANTERA: CORREVA L’ANNO 1990

In Italia la Pantera fu un movimento studentesco di protesta contro la riforma Ruberti delle università italiane che nacque dall’occupazione dell’Università degli Studi di Palermo, e in particolare della Facoltà di Lettere e Filosofia, il 5 dicembre 1989 e si estese poi a numerose università italiane fino alla primavera del 1990. La mobilitazione palermitana Corteo-Circense-nella-Città-Universitaria-foto-di-Cesario-Oliva-1990riscosse molto interesse negli altri atenei italiani, a cominciare dalla Sapienza di Roma. Presto furono convocate molte assemblee d’ateneo in ogni città, per discutere del progetto Ruberti. Quasi dappertutto le assemblee d’Ateneo decisero per l’occupazione, ed il movimento si dichiarò “politico apartitico, democratico, non-violento ed antifascista”. Talvolta gli studenti si connotavano più nettamente come pacifisti. La notte del 27 dicembre venne avvistata una pantera a Roma, in mezzo a via Nomentana. Poco dopo una volante della polizia confermò l’avvistamento. Da qui l’inizio di una lunga quanto vana caccia alla pantera di Roma. È a questo punto che due pubblicitari inventano lo slogan «la pantera siamo noi» e lo regalano agli studenti ribelli dell’Università “La Sapienza”. Il 15 gennaio anche La Sapienza di Roma è occupata; al termine di un’assemblea affollata la facoltà di Lettere viene “presa” dagli studenti, che entrano nella stanza del preside della facoltà e gli chiedono le chiavi dell’ingresso della facoltà, come atto simbolico, e il fax dell’istituto come strumento per comunicare con il mondo. Il 1º febbraio venne convocata a Palermo la prima assemblea nazionale del movimento, a cui parteciparono migliaia di studenti. Pochi giorni dopo l’assemblea nazionale, in uno dei seminari autogestiti del movimento romano intitolato “Vecchi e nuovi movimenti” prese parola un ex brigatista rosso: questo fu il pretesto per lo scandalo dei presunti legami del movimento con la lotta armata, che stava cioè usando la Pantera per ricostruire un’opposizione armata allo Stato. I quotidiani nazionali (non solo di destra) diffusero quindi notizie dal tenore scandalistico, che per giorni tennero banco sulle prime pagine, portando ad una evidente difficoltà di relazione con l’opinione pubblica gli studenti, che fino ad allora avevano cercato di apparire non ideologici, trasversalisti, ma mai violenti. Il mese di febbraio fu quindi quello della difficoltà a resistere nelle università; il movimento vide sorgere delle crepe allorché il ministro Ruberti annunciò alcuni emendamenti alla legge, che andavano essenzialmente incontro alle richieste degli studenti controccupanti, raccolti dalle sigle delle federazioni giovanili di tutti i partiti, escluso il Pci e Democrazia Proletaria. Questi emendamenti davano una parte di rappresentanza negli organi centrali e rendevano obbligatori i pareri del Consiglio degli Studenti. L’ala “moderata” del movimento, raccolta intorno alla Federazione giovanile comunista italiana (Fgci), fu più sensibile a questi emendamenti, che d’altronde erano appoggiati anche dal Pci. Il dibattito del mese di febbraio avrebbe portato ad una nuova assemblea nazionale, questa volta a Firenze, il 1º marzo 1990, con tutte le facoltà ancora occupate. Una grande manifestazione di circa cinquantamila studenti si tenne a Napoli il 17 marzo 1990, per quanto molte facoltà fossero ormai pronte a smobilitare; solo il Polo Scientifico dell’Università di Genova iniziò l’occupazione il 5 marzo 1990. L’ala “dura” del movimento, vicina all’area dei centri sociali, fece passare ancora una volta il rifiuto del progetto Ruberti nella sua interezza, ma ad ogni modo Napoli segnò la fine della Pantera come movimento di massa. Ovunque le facoltà smobilitavano. Il movimento non riuscì essenzialmente a darsi obiettivi concretamente raggiungibili capaci di dare vitalità alla mobilitazione. L’assemblea fiorentina sancì la spaccatura del movimento, che portò a distanza di qualche anno alla nascita dell’Unione degli studenti (Uds). La parte più consistente del movimento, ovvero i cosiddetti “cani sciolti”, abbandonarono una mobilitazione che aveva ormai perso i propri punti di riferimento.