VIA RENI: LA MATERIA SPIRITUALE DELL’ARTE IN MOSTRA AL MAXXI

maxxiIl soggetto è largo, quasi sconfinato. Ma Bartolomeo Pietromarchi è riuscito a calare nel presente il tema “della materia spirituale dell’arte”. E questo grazie a opere di oggi, per lo più di grande potenza e impatto, messe in relazione con oggetti di culto di religioni arcaiche, prestati dai maggiori musei archeologici della capitale. La mostra è nata dal desiderio di aprire ancora una volta maxxi 1una porta sul trascendente in tempi di egemonia materialista. Ed è frutto dei colloqui tra la presidente della Fondazione Maxxi, Giovanna Melandri, e la compianta critica d’arte Lea Mattarella, a cui l’esposizione è dedicata. Pietromarchi, a capo della sezione “arte” del museo, ha dato sostanza a un tema così vasto concentrandosi proprio sulle dissonanze, piuttosto che sulle maxxi 2intese, in un panorama in cui anche il dionisiaco (i video con gli indemoniati di una psicoterapia di gruppo anni ’60, riattualizzati da Jeremy Shaw) ha un posto accanto all’apollineo (l’installazione ad esempio neo post modern del cipriota Epaminonda) nella lotta eterna tra materia e spirito. Sono 19 gli autori coinvolti in questo faccia a faccia con i magnifici pavoni d’età adrianea dei Vaticani o con il maxxi 3fegato di Piacenza degli aruspici etruschi (da Villa Giulia). Molta la pittura, dal dittico di Sean Scully (oggi peraltro l’irlandese è atteso da un incontro col pubblico), un erede della pittura aniconica orientale attraverso il magistero di Mark Rothko, alla smisurata tela cristologica, e warholiana, del nostro Francesco Clemente (opera dell’88 in collezione Maxxi). Ci sono poi le sculture di maxxi 4Enzo Cucchi, al quale è dedicato anche un focus in Sala Gianferrari. E quella del Leone d’Oro alla Biennale di Venezia 2019, Jimmie Durham. La mostra si apre e chiude con due opere anche sonore: il battito di mani di Hassan Kahn e il canto tibetano nel Mandala pseudo jukebox di Kimsooja; ha un aspetto relazionale nell’installazione degli anni ’60 Add Color/Refugee Boat di Yoko Ono (il pubblico è invitato a dipingere su pareti e barche da pescatori); omaggia Roma con il rito delle monetine in Fontana di Trevi, rivitalizzato in un antico bagno barbarico da Namsal Siedlecki; e ha il suo apice emotivo nell’imperdibile installazione di Tomás Saraceno: una stanza buia dove l’universo si specchia, si muove e risplende nei fili vibranti (e suonanti) tessuti da un ragno. Fonte: la Repubblica