LA SAPIENZA: IN ESPOSIZIONE OPERE DI MIRELLA BENTIVOGLIO

bentivoglioElegante e severa, carnagione bianca su vestito nero, come la maggior parte delle sue opere esposte dal lunedì 7 ottobre e fino al 31 ottobre al Museo laboratorio dell’Università la Sapienza, Mirella Bentivoglio si infila in una grande “O”. La foto è degli anni Settanta e si intitola Io= me. Il gesto è semplice, il la sapienzasignificato profondo. La donna è la “I” maiuscola e con il suo corpo va a formare la parola che è l’ossessione dell’artista: “Io”. Niente di narcisistico, intendiamoci, nel lavoro di questa protagonista dell’arte italiana ( e romana) del secondo dopoguerra, che la Sapienza ha il merito di celebrare con una mostra intelligente e di grande valore didattico, a due anni dalla morte e in attesa che le altre istituzioni si muovano. Anzi: il senso dell’opera di Mirella Bertarelli in Bentivoglio, nata a Klagentfurt, in Austria, nel 1922, e morta a Roma, dove viveva, nel 2017, è stato tutto improntato a un uso anche ironico del linguaggio e della comunicazione, ma proprio ai fini della demitizzazione dell’ego dominante e della visione mostraromantica dell’artista. Curata da Ada De Pirro e da Angelandreina Rorro, l’antologica Oltre la parola, Mirella Bentivoglio dalla Collezione Garrera (al Mlac da domani, inaugurazione alle 17, fino al 31 ottobre) propone 50 lavori che appartengono a due fratelli, i musicologi Gianni e Giuseppe Garrera, che con Bentivoglio hanno intessuto un rapporto stretto di collaborazione e di condivisione dell’amore per l’arte. Già ma di che arte si tratta? Di formazione poetessa, Bentivoglio non crede agli steccati e, negli anni ‘ 60 delle neo avanguardie, si affaccia con convinzione sul mondo delle immagini. Si scava un ruolo da protagonista nel mondo della Poesia concreta e di quella visiva. E impiega i codici della comunicazione per sovvertire le logiche merceologiche. Così in Cuore d’oca la “C” di Coca scompare in un ricciolo per lasciar declamare la parola ” oca”. E poi c’è il lavoro demistificatorio sull’Io. Nell’esposizione delle opere e di 6 suoi libri-oggetto ( è stata lei a coniare il fortunato termine ” librismo”), ecco spiccare “Icona nera ( Di- io)” accanto a “Suici/ Dio”. Con Afred Jarry, Bentivoglio è convinta che i giochi di parole non siano affatto un gioco. E il suo spiazzante corpo a corpo con il linguaggio ha esiti spesso da memento mori. Il vuoto, che è al centro della “O”, la sua lettera- autoritratto, è un’assenza che marchia l’esistenza. La mostra esclude l’attività teorica (importantissima) di questa curatrice e attivista, accesa in favore dell’arte al femminile. Permette importanti paralleli con l’arte concreta di Bruno Munari nei positivi/negativi o con l’opera a cavallo tra poesia e icona di Emilio Isgrò. Ed è ricca anche di materiali preparatori dei lavori finali (soprattutto grafiche). Tra gli inediti, la foto che Bentivoglio stessa datò al 1934 e che documenta, quando si trovava ” nel collegio Theresianum della Svizzera tedesca”, la sua ” prima performance” irriverente nei confronti del Führer. “Io sono Hitler” scrisse su un cartello questa ragazzina con baffi posticci. L’ascesa dello sterminatore era iniziata soltanto un anno prima. Fonte: la Repubblica