L’ABBATTIMENTO DEL TRATTO DI TANGENZIALE EST

TANGENZIALE ESTConfusi e felici. Non sa bene cosa aspettarsi chi abita davanti alla Tangenziale Est, ma una cosa è certa: del «mostro» da abbattere non si sentirà la mancanza. Bisogna avere qualche capello bianco per ricordare il quartiere di prima: una lunga striscia di alberi e nessun cavalcavia. «Da un giorno all’altro abbiamo visto le piante sparire, come il bosco intorno all’Istituto Ittiogenico. Mia madre vide le ruspe in azione», dice Ivetta Ivaldi, residente in un palazzo con vista sulla Tangenziale. Un trauma per chi aveva scelto quella zona per il verde. Il bar Kristal di Roberto Camerini ha più primavere della sopraelevata: «Siamo aperti da 50 anni. Prima avevamo anche i tavoli fuori. Pare che nel progetto sia previsto un giardino: magari». I disagi non gli fanno paura, né i pannelli antipolvere, alti 8 metri e più, che rischiano di far sentire prigionieri residenti e commercianti. Quello che preoccupa Roberto, come Fabio Paolini, dell’officina accanto, aperta da tre generazioni, è la durata dei lavori: nessuno crede basteranno 450 giorni. «È già successo con la metro C: tra inchieste e lungaggini, i tempi sono diventati biblici». La più diffidente è Maddalena Cangelosi, messinese di 36 anni, da 10 a Roma: «Davvero pensano basti un giardinetto per cacciare i malintenzionati accampati qui? Resteranno finché non aumenteranno i controlli». Giovedì scorso, qui, è stata festa grande: 300 persone a brindare per la demolizione, tra cui Lorenzo Mancuso, 33 anni, del comitato cittadini stazione Tiburtina: «È un primo passo necessario per la rinascita, ma va risolto il problema della nuova Tangenziale che ogni volta che piove si allaga ed è inservibile». Per Nella Vecchia, presidente dell’associazione «Rinascita Tiburtina», è la vittoria dopo anni di battaglie. «Quanto durerà, durerà: l’importante è distruggerla, perché il degrado degli ultimi 15 anni è inaccettabile». L’abbattimento glielo promise Veltroni, quando Nella andò da lui a denunciare l’obbrobrio della bidonville. «Vedevamo il sangue scorrere – ricorda -. Si picchiavano con le spranghe e noi avevamo paura a tornare a casa». Poi c’è chi ha una paura diversa: quella di sentirsi più senzatetto che mai, come l’esile e curvo Alexandru Ilarian Costea, che per tutti qui è Alessandro: per tre anni la sua casa è stata sotto l’imbocco della sopraelevata. Un angolino pulito che lui spazza ogni giorno, a differenza di chi bivacca lì vicino. «Non lascerò la zona: ho troppi amici qui». Ogni tanto qualcuno si ferma e gli chiede come sta. «Un altro posto l’ho trovato, anche se non è riparato come questo. Non sono disperato perché credo non ci sia bisogno di chiedere: quando ti serve qualcosa, lui te lo dà». E indica il cielo. Fonte: Corriere della Sera