GNAM: I PITTORI DELL’OTTOCENTO FINO AL 5 MAGGIO

La Galleria Nazionale ritrova il suo Ottocento. E lo fa nello stile che caratterizza il museo su viale delle Belle Arti da tre anni a questa parte: quello dei rimandi e delle associazioni, del gioco tra contemporaneo e moderno. Con “Ragione e Sentimento” curata da Chiara Stefani e Massimo Mininni, da oggi e fino al 5 maggio, nel grande salone d’ingresso tornano i grandi paesaggi bucolici e le cornici dorate, il neoclassicismo e le rivisitazioni in chiave romantica dei miti. E così un quadro di Giacomo Favretto, che con virtuosismo GNAMpittorico dipinge una veduta di strada veneziana animata da personaggi in foggia settecentesca (seppur l’opera sia del 1884), fa da contraltare alle fotografie di Barbara Probst che cristallizzano lo sguardo su quattro diverse prospettive dell’incrocio di Vanderblit e Lafayette avenues di Brooklyn, e ancora a un Balla post-futurista (“La fila per l’agnello”,1942), che stavolta sposta lo sguardo in alto, quasi a spiare gli affanni di qualche piano più in basso. La pittura che sembra “sfaldarsi” in delicate cromie della “Fanciulla malata” di Tranquillo Cremona del 1877, ritrova lo stesso effetto volutamente sfocato nelle “Nature morte” (2017) scaturite dall’obbiettivo di Paolo Meoni. Una overtoure per entrare in sintonia con la Galleria e l’occasione per ammirare circa 40 opere “riscoperte” nei depositi che ne contano oltre 20mila, molte – come la scena di bimbi in spiaggia nella “Estate” di Niccolò Cannicci – che non si vedevano da tempo. E la mostra conferma la nuova politica intrapresa dal museo (e non solo la Galleria Nazionale, lo sta facendo anche la Galleria di Arte Moderna in via Crispi), quella di dar lustro alla collezione permanente con inedite “finestre”. “Operazioni come questa sono fondamentali – spiega la direttrice del museo Cristiana Collu – c’è una enorme sproporzione tra ciò che è in deposito e lo spazio a disposizione, non riusciamo a esporre più del 10% della collezione. Ed è anche un modo per far sentire il museo di tutti. Chiunque potrà trovare ciò che ama”. E l’amore può essere nell’abbraccio tra Arianna e Bacco (1840), oppure nelle sfumature di cera nei due grandi pannelli di Alessandro Piangiamore (2016), nel “Ritratto di giovinetta” di Scipione Vannutelli (1890) oppure nei due ritratti fotografici di Vanessa Beecroft in “Tine” (1996). “Abbiamo voluto offrire una suggestione di sensibilità romantica – aggiunge la curatrice – e il dialogo tra opere di epoche diverse non è inusuale, se si ragiona in termini storici. La rigida divisione cronologica delle opere è figlia del museo contemporaneo, siamo voluti tornare con la mente nell’Ottocento, quando in una collezione convivevano opere di epoche diverse”. Fonte: la Repubblica