SESSANT’ANNI FA S’INAUGURAVA LO STADIO FLAMINIO

04_MAXXI_NERVI_StadioFlaminioCi sono alcune domande a cui è difficile dare una risposta. Una di queste è certamente quella che riguarda lo stato di salute e di sicurezza dello stadio Flaminio. Incassato tra viale Tiziano e corso Francia, il secondo impianto sportivo polivalente di Roma è lì fermo e ormai sembra quasi che nessuno si accorga più della sua presenza. Si tratta del secondo impianto sportivo della Capitale per capienza dopo l’Olimpico e fu voluto da Antonio Nervi e il padre Pier Luigi per le Olimpiadi del 1960. Costruito al posto dello stadio Nazionale, che era stato dedicato alla squadra del Grande Torino, i lavori per il Flaminio durarono un anno e poco più  e costò circa 900 milioni di lire dell’epoca. Oltre al rettangolo verde vi erano una piscina coperta, lunga 25 metri e larga 10; e cinque palestre per pugilato, ginnastica e atletica pesante ma quello che rende il Flaminio una struttura unica è il suo amalgamarsi nel tessuto cittadino come una struttura qualsiasi: tra il PalaTiziano e l’Auditorium Parco della Musica si erge questa costruzione che per tanto, troppo tempo è stata dimenticata dalla politica e dal mondo dello sport ed è diventata lo specchio di incuria e di promesse tradite. Oggi sono precisamente 60 anni dall’inaugurazione del Flaminio, che venne festeggiata con un incontro amichevole tra le rappresentative dilettantistiche calcistiche di Italia e Paesi Bassi e fu trasmesso in diretta televisiva con la telecronaca del mitico Nicolò Carosio ma, certamente, questo impianto ha vissuto tempi migliori. Impiegato per molto tempo per fare calcio, nella stagione 1989/’90 Lazio e Roma giocarono l’intero campionato al Flaminio per via dei lavori allo stadio Olimpico in vista di Italia ’90, e rugby; al momento non è possibile utilizzarlo per lo stato in cui è caduto: tra immondizia, vetri rotti e segni di stanziamenti umani lo scorso ottobre è partita ufficialmente la bonifica dell’impianto, già annunciata a luglio 2018 dall’assessore allo Sport di Roma Capitale, Daniele Frongia, ma sembra che tutto si sia fermato lì. Non un passo avanti per una assegnazione o un’opera di riqualificazione seria e pianificata. A far riaccendere i riflettori sul Flaminio ci era voluto il ritrovamento di un cadavere del clochard cingalese 68enne Sulin Wickmasingha, detto “Charlie”, il 3 febbraio 2018 e subito era partita la “carovana del decoro urbano”, ovvero quel treno di indignazione che si accende e si spegne a intermittenza e basato su ciò che sta bene, è ben fatto o conviene senza pensare al modo di utilizzare o sfruttare una determinata struttura per renderla accessibile al pubblico. A distanza di 60 anni dall’inaugurazione dello stadio Flaminio bisognerebbe porsi una domanda chiara e semplice, ovvero se qualcuno ha mai davvero saputo o provato a capire cosa farne di questo impianto: le diverse giunte comunali, il Coni e la Figc hanno sempre fatto grandi proclami su questo impianto ma non ci sono stati molti miglioramenti nel corso degli anni. Mentre le squadre della Capitale progettano stadi futuristici come cattedrali di intrattenimento, come megastore e hall of fame lo stadio Flaminio vive uno stato di abbandono da circa 6-7 anni e tra qualche anno lo stesso destino potrebbe toccare all’Olimpico. Senza entrare in interessi commerciali e le visioni che circolano intorno al mondo dello sport, in particolare al calcio, l’interrogativo è uno soltanto: quella intrapresa è la strada giusta per ridare nuova vita allo stadio Flaminio? Fonte: Fanpage.it