QUEL DELITTACCIO DI SAN LORENZO: ERA IL 22 FEBBRAIO 2002

Nella macabra galleria dei delitti e dei pasticciacci romani, a partire dallo scempio di ragazzine ai tempi dell’incolpevole Girolimoni, passando per Wilma Montesi, i festini hard della marchesa Casati Stampa, il massacro del Circeo, via Poma e l’Olgiata, c’è un omicidio che – in quanto a glaciale efferatezza del killer – li batte tutti. Era il 22 febbraio 2000, l’alba di un nuovo secolo (e millennio) che si lasciava alle spalle memorabili Francesca Moretti-Daniela Stutoreportage in bianco e nero, rischiarati dai lampi al magnesio dei fotografi. Via dello Scalo San Lorenzo, ore 17. Il giallo cominciò così: la corsa disperata di un’ambulanza verso il San Giovanni, nel tentativo di salvare la paziente sulla lettiga, che si contorceva in preda a spasmi tremendi. A tenerle la mano e asciugarle la fronte, in quel viaggio disperato, fu un’amica e coinquilina, salita anche lei sul mezzo di soccorso. Ma tutto fu vano. Morì due ore dopo, la sventurata. Si chiamava Francesca Moretti e aveva 29 anni: una sociologa preparata e sensibile, attiva nel sociale, innamorata della vita e dell’uomo che le aveva promesso di partire con lei. Il grande pubblico dei giornali e delle ricostruzioni tv, tuttavia, non è per il nome che la ricorda, ma per una definizione quasi certamente infondata e depistante: il «delitto della minestrina». Già, come dimenticarlo? La famosa «minestrina al cianuro» che, secondo gli investigatori, era stata preparata (aggiungendovi un formaggino) e servita alla vittima da Daniela Stuto, laureanda in Psicologia di 26 anni, la coinquilina che l’accompagnò in ospedale preoccupatissima ma che al contrario, stando al teorema d’accusa, aveva appena eseguito il suo piano assassino. Un crimine animato da una indimostrata «gelosia saffica», fondata su alcune telefonate scherzose tra amiche che alludevano a un rapporto sessuale al femminile («stiamo facendo zin zin…»). Come andò a finire, è presto detto: una colossale cantonata. Daniela, la presunta avvelenatrice dal volto d’angelo, tenuta in cella una notte e per 15 mesi agli arresti domiciliari, fu assolta per non aver commesso il fatto (e poi risarcita con 52 mila euro) il 10 aprile 2002, tra lacrime irrefrenabili (le sue) e la commozione (persino) di due giurate dalla Corte d’assise, che in violazione all’obbligo di terzietà le andarono incontro e l’abbracciarono. «È il momento che aspettavo. Ora vorrei sapere come recuperare la mia dignità dopo quello che è stato scritto e detto nei miei confronti», fu il suo primo commento. Io c’ero, quella sera. Ero in redazione. La sentenza giunse a tarda ora, ma eravamo tranquilli, avevamo previsto tutto: la sfida della Procura di inchiodare l’imputata senza indizi seri né movente ci era parsa un azzardo eccessivo. Il capocronista, Andrea Garibaldi, aveva fatto preparare per tempo una tabella sui grandi omicidi impuniti, da via Poma in giù. Bastava aggiungere una riga: quella relativa al «delitto al cianuro», appunto. Scrissi un articolo dal titolo «Quando la prova non si trova in aula». E penso a lei, adesso… Al suo diritto all’oblio, a continuare in santa pace la vita che nel frattempo s’è costruita, con il marito che è il fidanzato di allora, i figli, il lavoro, le piccole grandi gioie anonime e quotidiane. Controllo in Rete: la dottoressa Daniela Stuto, psicoterapeuta, è specializzata in «Gruppo analisi». La sua attività è rivolta ad adolescenti, coppie e famiglie, con particolare riguardo al disagio giovanile e alla prevenzione nelle scuole. «Debbo lasciarla in pace», mi arrovello. Ma d’altra parte sto scrivendo di lei, ho il dovere di sentirla… Alla fine opto per un messaggio WhatsApp: «Cara Daniela, capisco la necessità di salvaguardare la privacy… Se però può esserti utile o può farti bene o reputi giusto fare un qualsiasi commento o dire una parola su Francesca io sono qui». La risposta arriva dopo poche ore ed è delicatissima: «Sono certa che comprenderà il mio riserbo anche in questa occasione. Sono 20 anni che desidero quell’oblio che devo a me stessa e principalmente alle persone a me care. Un saluto e buon lavoro». Avanti. Giustizia è tutelare chi ha sofferto ingiustamente ma anche percorrere tutte le strade possibili perché un misfatto venga punito. Specie se perfidamente ordito e portato a termine, come quello nella casa delle studentesse fuorisede… Un vero thriller. Dopo il flop processuale, la pista più concreta è diventata la più spaventosa: il killer s’intrufola nell’abitazione, spia i movimenti di Francesca, attende l’attimo giusto, versa il veleno in un alimento, una bevanda o un farmaco e infine si chiude la porta alle spalle, beffando tutti. «L’inchiesta giudiziaria – spiega l’avvocato della famiglia Moretti, Giovanni Galeota – fu viziata gravemente dall’errore dell’ospedale, che non diagnosticò subito l’avvelenamento da cianuro, emerso mesi dopo. Di conseguenza, l’appartamento non fu sequestrato e gli elementi che potevano chiarire l’accaduto, le stoviglie, il pentolino, lo stato dei luoghi nell’immediatezza, svanirono». Di una pista alternativa, per la verità, si parlò a più riprese. Era quella dell’ambiente rom, legata alla relazione della vittima con un giovane nomade del campo Casilino 900, sposato e padre di 5 figli. Rapporto passionale, con alti e bassi. La moglie aveva minacciato Francesca, raccontò un’amica. Ma ciò non toglie che la sociologa si sentisse sicura dell’amore di Graziano, tanto che aveva pronte le valigie per partire con lui. La data fissata era il giorno seguente, il 23 febbraio. Una coincidenza? Di certo dalle carte emergono parecchi indizi interessanti: dal diario di Francesca, che spinse la madre a dire «me l’hanno uccisa» (quaderno mai finito nel fascicolo) alla fiala vista sotto il letto e non sequestrata; dalle chiavi di casa rubate a Mirela Nistor, la coinquilina romena, alla visione di «un’ombra» in corridoio. Senza dimenticare altri tasselli, dal bicchiere sul comodino alle indagini molto parziali sulla provenienza del cianuro, cercato solo in Sicilia, terra d’origine dell’accusata. «La famiglia chiede alla Procura di Roma un atto di coraggio: riprendere in mano gli atti e riaprire l’inchiesta – insiste l’avvocato Galeota -. Un killer callido e spietato come quello che ha avvelenato Francesca non può e non deve restare in libertà, ne va della sicurezza di tutti». San Lorenzo, delitto d’altri tempi: mix inaudito di freddezza e ferocia. Oggi, nel rievocare la scena, quel mister X armato di una fiala da 200 mg di veleno fa ancora salire brividi lungo la schiena. Scoccherà mai l’ora di verità e giustizia? Fonte: Corriere della Sera