GRAND OUTLET POLICLINICO: FUORI DALL’OSPEDALE COME UN SUK

L’uomo esce di corsa dalla fermata Policlinico della metro B. Si ritrova in viale Regina Elena. Si guarda intorno, disorientato: davanti ha decine di banchi pieni di merci che occupano quasi tutto il marciapiede, sulla strada in doppia fila vede una distesa di furgoni bianchi, più o meno scassati, e poi decine di persone che affollano l’unico tratto di marciapiede in cui i pedoni possono transitare. A certi orari di lì non si passa se non viale regina margheritamettendosi in fila indiana. Dove sarà l’ingresso del pronto soccorso pediatrico del Policlinico Umberto I? Sua moglie è stata ricoverata, deve raggiungerla, dice concitato alle persone che si parano sul suo cammino. Alla fine, dopo 187 metri di delirio, raggiunge l’ingresso del Policlinico, costeggiato da maglie, magliette e maglioni che sventolano uno in fila dietro l’altro da un appendiabiti. È così ogni giorno, in viale Regina Elena, dove sostano i furgoni, rigorosamente in doppia fila creando in certi momenti un caos senza fine (come quando arrivano in contemporanea tram, macchine e ambulanze), con i loro banchi regolari e irregolari. Vendono di tutto: coperte, vestiti, cianfrusaglie, intimo, asciugamani, cappotti, pile, pigiami, collant, piumini, borse, jeans, e poi mollette, catini, recipienti, pentole, rocchetti di filo, piatti, spugne, scotch, colla, adesivi, lucchetti, accendini, libri. Banchi larghissimi, pieni di roba che sventola, nonostante il regolamento spieghi chiaramente che la merce «non si può appendere all’ombrellone o alla tenda». Banchi che però proprio qui, di fronte alla stazione della metro e all’ingresso dell’ospedale, non potrebbero stare. Il regolamento comunale del commercio ambulante infatti vieta la sosta, si legge nella delibera del 28 marzo 2018 che riorganizza la vendita ambulante, “nelle stazioni della metro e delle ferrovie fino a una distanza di 200 metri dagli accessi delle stesse, nonché a meno di metri 200 dagli ospedali”. Non solo. All’indomani dei fatti di piazza San Carlo a Torino, quando durante la proiezione in piazza della finale di Champions League si scatenò il panico che causò morti e feriti, il municipio II votò all’unanimità una mozione, come ricorda il capogruppo Pd Carlo Manfredi, promossa dallo stesso Manfredi insieme ai consiglieri Boca e Casini, per “l’interdizione al commercio su area pubblica in prossimità di luoghi di notevole transito di persone, nei siti a rischio e in occasione di eventi affollati”. “Dalle indagini, infatti”, racconta Manfredi, “è risultato che, a contribuire al caos anche per i vetri rotti delle loro bottiglie, ci fossero ambulanti agli angoli delle strade. Anche per questo precedente, la nostra mozione stabilisce che i punti di transito di persone — come università, ospedali, stazioni ferroviarie, della metropolitana e delle autolinee, mete turistiche, uffici pubblici — devono essere lasciati liberi perché le attività di commercio possono diventare un ostacolo e un intralcio agli spostamenti, e costituire quindi un concreto pericolo in caso di fuga, di evacuazione, e di passaggio di mezzi di soccorso e sicurezza”. La mozione faceva anche riferimento all’ordinanza del prefetto del 14 luglio 2015, che chiedeva ‘per esigenze di sicurezza conseguenti agli atti di terrorismo’, la rimozione, nel raggio 200 metri dagli ingressi di tutte le stazioni della metropolitana, dei banchi di vendita di qualsiasi genere, chiedendo di ricollocarle in aree adatte. Da anni poi giace nel II Municipio il progetto inattuato di spostarli in via Lancisi. Niente da fare. I banchi restano lì. E anche se, va detto, dopo grandi proteste, i banchi sono stati spostati da ponte Milvio a largo Maresciallo Diaz e da via Tuscolana a viale Tito Labieno, continuano a ingombrare i marciapiedi le decine di bancarelle che si susseguono in via Cola di Rienzo, in via Tiburtina e in via Appia, dove in alcuni tratti quasi non si riesce a camminare e dove le vetrine dei negozi si possono tutt’al più ammirare dall’interno. Fonte: la Repubblica