QUEL 16 OTTOBRE DEL 1943, AL GHETTO E NON SOLO

pietre-inciampoIl rastrellamento del ghetto di Roma è consistito in una retata di 1259 persone, di cui 689 donne, 363 uomini e 207 tra bambini e bambine quasi tutti appartenenti alla comunità ebraica, effettuato dalle truppe tedesche della Gestapo tra le ore 05:30 e le ore 14:00 di sabato 16 ottobre 1943 (da cui il ricordo di questo giorno come Sabato nero), principalmente in via del Portico d’Ottavia e nelle strade adiacenti ma anche in altre differenti zone della città di Roma. In via Adalberto, non lontano da piazza Bologna, le SS non trovarono nessuno: solo un bimbo di quattro anni – Ennio Lanternari – che dormiva nel letto dei nonni in quel momento assenti. Le SS lo presero, il bambino si svegliò spaventato e cominciò a piangere. Intanto rientrava la nonna che era scesa un momento per comprare qualcosa. Presero lei e il nipotino. Beniamino Philipson fu prelevato nella sua abitazione di via Flavia 84, a due passi da piazza Fiume, sulla sedia a rotelle di invalido, perché da molti anni colpito da morbo di Parkinson, “tra la indignazione dei presenti impotenti tuttavia di fronte ai mitra spianati….”. Al  civico 171 di via Flaminia, abitavano Lamberto Romanelli, Giulia del Monte, Carla Romanelli, Michele Marco Romanelli, di cui oggi si onora la memoria con le “pietre d’inciampo” davanti al portone. I deportati furono trasferiti alla stazione ferroviaria Tiburtina, dove furono caricati su un convoglio composto da 18 carri bestiame. Ad essi si aggiunse spontaneamente Costanza Calò, sfuggita alla retata, ma che non volle abbandonare il marito e i cinque figli catturati. La mattina del 19 ottobre, accorsa alla stazione Tiburtina, a rischio della vita, Liliana Calò (in realtà sembra si chiamasse Letizia), la sorella di Settimio, riuscì a vedere il figlioletto ammucchiato in una calca da spavento su un treno in partenza per la Polonia. Rileggiamo il racconto dello zio: «Il bambino si affacciò al finestrino del treno, scorse sua madre e gridò freddo: “A signo’ , e vada a casa, no? Vada a casa, che ci ha l’ altri bambini da cresce”. Vogliamo anche ricordare che Adolf Eichmann aveva deciso di inviare a Roma, per la “Judenrazzia”, Theo Dannecker, un esperto di sua fiducia, relatore per gli affari ebraici “che aveva dato il via ai rastrellamenti di ebrei a Parigi…”. Dannecker, per non dare nell’occhio, fissava il suo quartier generale non in via Tasso, ma in una modesta pensione in via Po. Dopo pochi giorni arrivava anche il suo reparto speciale, formato da quattordici ufficiali e sottoufficiali e trenta militi delle SS che in parte provenivano dalle formazione specializzate nella “bonifica antiebraica” sul fronte orientale, le famigerate “ Einsatzgruppen”.