RICOMPARE IL LUSTRASCARPE, MESTIERE DI UNA VOLTA

Si inchina a chi gli lascia un’offerta di qualche euro. Ma non mendica. Il suo è un lavoro che merita rispetto come qualsiasi altro, perchè «ogni giorno insegno alla gente l’importanza della ‘pausa’». Isha, un marocchino di 25 anni,non conosce il significato della parola sciuscià, ma sa di essere «lustrascarpe di professione». Un mestiere che non esisteva più. Se la mattina si sale sul bus 360, può capitare di incontrarlo con la sua valigetta di legno sulla quale si vedono due sagome a forma di piede. Dentro spazzole, lucido e anilina nera e marrone. Dai Parioli a Piazza Santa Maria Maggiore, Isha s’inchina, lustra e dal basso sbircia il mondo che cammina. Guadagna qualche euro per un paio di minuti, fino al prossimo cliente, che sono decine al giorno. E sta alla larga dai mocassini. «Nel Marocco facevo lo stesso, ero qui da tre mesi per lavorare ma ho notato che questo lavoro qui non c’è», spiega. E quando i clienti lo vedono, sono pronti al pit-stop, per poi ripartire in fuga negli uffici o alla stazione. «Visto che devono correre – ammette orgoglioso – gli do un paio minuti per riposarsi dal caos». Per una volta i colletti bianchi sembrano sedotti dallo slogan di un immigrato: «Per andare a lavorare, servono mente e scarpe lucide». Fonte: Il Messaggero