AL MACRO, IL TOCCO DI OZMO

Per quanti sono passati in questi giorni per via Nizza, non è più un mistero. Un nuovo street artist ha contaminato una delle facciate sulla strada adiacente al Macro di Roma. L’ospite è un nome noto della migliore street italiana, non a caso il primo street artist ad entrare al museo del Novecento di Milano: si firma Ozmo, ma per chiarire il proprio acronimo non fornisce grandi spiegazioni. «La lettura delle immagini e l’indagine sul senso delle parole – dice – mi ha insegnato che il più delle volte sono le immagini stesse a suggerire significati e interpretazioni; il processo chimico dell’osmosi è uno dei possibili richiami, ma non é il solo». L’intervento dell’artista è il secondo nell’ambito del progetto Urban arena, ideato dal direttore del museo Bartolomeo Pietromarchi; l’intento preposto attraverso un ciclo di lavori sulle pareti limitrofe dello spazio esterno al museo, è quello di consentire una maggiore visibilitá e istituzionalizzazione della street art, uno dei movimenti più attivi del contemporaneo, nonché forse l’unica vera e propria corrente artistica del secolo odierno. La terrazza del museo, luogo di particolare importanza per la congenita apertura al pubblico, che vi accede liberamente, e alla strada, di cui è curata prosecuzione, diviene al tempo stesso salotto per il quartiere e fucina creativa per la realtá underground della cittá. Dopo l’intervento di Sten&Lex, artisti romani specializzati nella tecnica dello stencil poster, è la volta di Ozmo, fiorentino di nascita, milanese di adozione. Gionata Gesi, è il suo vero nome, alle spalle ha una lunghissima carriera, espressione di una ponderata commistione tra partecipazioni galleristico-museali e interventi di pura street. Sorprende la formazione nell’accademia di Belle arti di Firenze. Così commenta l’artista: «Anche se a molti fa piacere pensare che il mio disegnare a mano libera e dipingere in maniera piuttosto accademica fa credere che sia frutto della formazione classica, posso assicurare che non è così», resta il fatto che l’abilità tecnica di Ozmo colpisce piacevolmente, laddove nel mondo street vanno per la maggiore espedienti tecnici quali l’utilizzo del proiettore e degli stencil a scapito della qualità delle tecniche tradizionali. È dunque dal 2001 che l’artista si dedica allo sviluppo di tematiche socio-politiche, attraverso opere e interventi nello spazio urbano piú o meno impegnate. Altrettanto significative le mostre, una per tutte quella del 2004 nella galleria Astuni di Pietrasanta. A Milano firma numerosi interventi monumentali anche in centri sociali e spazi alternativi, tra cui il Leoncavallo, che sceglie il suo lavoro come copertina del libro “I graffiti del Leoncavallo” edito da Skira. Conciliare strada, gallerie, musei e perfino grandi partner commerciali, non è cosa semplice; il pubblico romano ricorderá quando la Absolut aveva scelto Ozmo come primo artista per i progetti Absolut wallpaper e Absolut wall, due imponenti wall painting realizzati alle colonne di San Lorenzo a Milano e all’Ex mattatoio al Testaccio di Roma. La forza dell’artista è indubbiamente legata alla qualità del lavoro, carica di rimandi semantici e provocazioni. Il lavoro per il macro, “Voi valete più di molti passeri” è un’opera che si sviluppa per ben 20 metri d’altezza, Il titolo del progetto si riferisce alle parole di Gesù nel Vangelo di Matteo “Nemmeno uno di essi [dei passeri] cadrà a terra senza il volere del padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri”. Una parabola sulla costruzione piramidale sociale che da sempre connota i rapporti tra classi sociali e variabili economiche. «Nello schema per il muro del museo ho pensato ad una stampa satirica dell’ottocento – dice Ozmo, vediamo così una moltitudine di persone schiacciate sotto la piramide del potere alimentata solamente dal valore economico». La scritta In art we trust riprende l’epiteto sulla banconota da 1 dollaro statunitense, dove in questo caso art sostituisce god. Lo schema della stampa ottocentesca riprende esattamente lo schema politico e sociale piramidale della civiltà egizia, al cui vertice, al posto del dio denaro, era seduto il dio incarnato in terra, il faraone. Al vertice della costruzione di Ozmo due sacchi di denaro, non più due passeri, e l’omino del monopoli felice salta in vetta, a scendere l’osservatore, scorge attraverso un sistema di rimandi, citazioni e simboli grafici, che raccontano la storia dei popoli e quella personale di ciascuno, «In fondo dopo 200 anni nulla é cambiato» dice sarcastico l’artista guardando quel terzo livello fatto di religione, media, e consumismo, una lente che filtra gli alti vertici con la plebe. Ozmo si definisce un remixer, mutuando il linguaggio musicale, creatore di nuovi pezzi artistici da milioni di break beat. Citazioni, rimandi, storia e leggenda, coinvolgono il pubblico nell’inaspettato incontro tra Topolino e il Mullah nella metafora delle leggi economico-sociali.