FLAMINIO: LA CASA DELL’ULTIMO PIRANDELLO A VIA DEGLI SCIALOJA

Centocinquant’anni dopo, quel Caos di cui allegoricamente era figlio il nonno, regna concreto in casa del nipote. La casa dell’ultimo Pirandello, Pierluigi, nipote del grande drammaturgo e figlio del pittore della Scuola romana Fausto, è la manifestazione di quel conflitto tra Vita e Forma che fu centrale nella poetica pirandelliana. Ogni angolo del grande appartamento in via degli Scialoja, acquistato da Fausto nel 1954, trasuda memoria e cultura, radici e contemporaneità. Il primo piano dell’elegante palazzina nel LA CASA DI PIRANDELLO JRquartiere Flaminio, a pochi passi dal lungotevere, è un tempio pirandelliano. Un piccolo palco dal fondale di velluto rosso dà il benvenuto all’ingresso. Qui, di tanto in tanto, si riuniscono giovani attori per serate di reading dei tanti scritti, lettere, novelle e sceneggiati prodotti dal Premio Nobel alla Letteratura del 1934, custodite gelosamente dal padrone di casa. A prime edizioni fragilissime dei romanzi di Luigi (prezzo: 5 lire), fanno eco a scaffali tracimanti cataloghi di Fausto; ceramiche siciliane si ritrovano accanto a installazioni contemporanee. Il signore ottantanovenne si avvicina appoggiato a un bastone per dare il benvenuto nella sua dimora. Dietro di lui, una gigantografia del padre e del nonno. “Sono rimasto l’ultimo – dice sospirando – Mi sento responsabile e allo stesso tempo un nessuno davanti a questi due giganti. E pensare che erano più bassi di me”, scherza. La moglie Giovanna lo segue, poi scompare nell’archivio alla ricerca di cimeli. È lei a gestire il grande caos di casa Pirandello. Sono da poco rincasati dal primo degli incontri che le tre Università capitoline dedicano al Premio Nobel 1934 per la letteratura, che oggi avrebbe compiuto un secolo e mezzo. È la pittura, della quale Luigi si dilettava, a legare nonno e nipote. “Ricordo la nostra ultima estate insieme, quella del ’36”, racconta. “Dopo il Nobel tutti lo inseguivano: ‘facciamo un romanzo a 4 mani!’, gli dicevano, e lui rispondeva ‘due sono già troppe’. E così ci eravamo rintanati ad Anticoli Corrado”. Il comune prossimo a Roma, noto come “il paese delle modelle”, era gettonatissimo dai pittori dell’epoca. “Il nonno si svegliava all’alba e si metteva a scrivere, il pomeriggio dipingeva – continua il nipote – un giorno mio padre gli chiese di posare. Il nonno accettò, a condizione che io posassi in contemporanea per lui”. Dalla seduta sono nati due quadri: uno è il celebre ritratto di Luigi ad opera di Fausto, conservato alla Galleria Nazionale e di cui una copia troneggia sul palcoscenico, l’altro è quello fatto da Luigi al nipote, oggi esposto ad Agrigento. Lo scrittore con Roma aveva un rapporto conflittuale: qui si era trasferito nel 1892; qui la prima di “Sei personaggi in cerca d’autore” si era rivelato un clamoroso flop, con gli spettatori che gridavano “Manicomio, manicomio!”. Viveva in una villa in via Bosio (oggi sua casa-museo), insegnava stilistica al magistero femminile in piazza della Repubblica, e frequentava i locali alla moda come Aragno e il bar Greco. Ma era distante dai figli, tanto che la nascita di Pierluigi, nel 1928, lo colse di sorpresa (“Volete farmi impazzire”, gli scriverà). “Mio padre si vergognava a dirgli che aveva sposato una contadina di Anticoli, ‘donne sgraziate’, secondo il nonno”, spiega Pierluigi. “Inoltre la sua scelta di fare il pittore non gli andò subito a genio”, continua l’anziano. Quando nel ’19 la moglie di Luigi, Maria Antonietta, venne internata in manicomio, il padre si riunì con i figli maschi. “Stefano disse che voleva fare lo scrittore – ricorda Pierluigi – ‘bene’, disse il nonno, ‘eccoti 1000 lire al mese’. Ma per mio padre la risposta fu un’altra”. “Abbiamo appena vinto una guerra, altro che pittore, va a guadagnare con i monumenti ai caduti”, disse a Fausto. Da quel momento Fausto diventò il “figlio ribelle”. E “ribelle” è stato anche il nipote, avvocato, che l’arte invece di farla la divulga e la colleziona attraverso la fondazione Fausto Pirandello. L’ora si fa tarda, la luce crepuscolare filtra attraverso la grande vetrata di quello che fu lo studio di Fausto. Pierluigi si alza dalla sedia in ferro battuto, lancia un ultimo sguardo alle pile di documenti, ancora da riordinare, che invadono due grandi tavoli di vetro. Il più grande lascito pirandelliano? “Essere più umano possibile, sempre. Soprattutto adesso, che sono vecchio, capisco che il prezzo dell’aridità è la solitudine”. E la solitudine in casa Pirandello si combatte con semplicità. “Una bella spaghettata in compagnia – conclude Pierluigi – È questo il senso della vita”. Fonte: la Repubblica