INCHIESTA CHIUSA: 4 INDAGATI PER IL CROLLO DI VIA FLAMINIA

LUNGOTEVERE FLAMINIO PRIMA E DOPO IL CROLLODecimati i tramezzi, svalutati i pilastri, minacciati gli equilibri portanti. Dell’avanguardia architettonica anni Trenta, in via Flaminia 70, è rimasto davvero poco. Tutti, tra quelle mura, hanno finito per dire la loro, una modifica dietro l’altra finendo per mutarne gli assetti e snaturarne la stabilità. Ma oggi, nove mesi dopo il crollo della facciata, la procura ha accertato che alcuni hanno avuto decisamente più responsabilità di altri nel disastro avvenuto la notte fra il 22 e il 23 gennaio scorso. Dagli approfondimenti coordinati dai magistrati Antonella Nespola e Roberto Cucchiari è emersa una sfilza di negligenze da parte della Edilarch 88 srl e in primis dal suo legale rappresentante Massimo Canepa (presunto architetto, mai iscritto all’albo in realtà), dal progettista Roberto Mattei e dal titolare della ditta esecutrice dei lavori Pasquale Famà. Chiamato in causa come responsabile del crollo anche il proprietario dell’appartamento – descritto come puramente “virtuale” ossia sconosciuto agli altri condomini – Giuseppe Rigo De Righi. Il quale avrebbe commissionato i lavori di ristrutturazione del suo appartamento al sedicente architetto Canepa senza che quest’ultimo possedesse «le competenze professionali necessarie, riconosciute secondo le prescrizioni della legge». Un approccio spavaldamente approssimativo a lavori che, in realtà, avrebbero dovuto essere eseguiti con un supplemento di verifiche, vista la tipologia e la delicatezza della struttura già sottoposta a interventi di consolidamento in passato e interessata a pesanti rimaneggiamenti anche per via del teatro al piano terra. In sostanza, secondo la ricostruzione dei tecnici della procura, la decisione di trasformare l’appartamento in un enorme open space fu presa «imprudentemente e senza la dovuta perizia». Nel dettaglio: 1) nessuno verificò che i pilastri fossero in grado di sopportare i maggiori carichi di peso che avrebbero dovuto portare con l’eliminazione dei tramezzi 2) nessuno effettuò delle prove sui calcestruzzi utilizzati o fece studi preliminari sulla staticità dell’edificio 3) nessuno valutò che in quel palazzo anni Trenta anche muri e tramezzi contribuivano alla sicurezza 4) tutti omisero di «sorvegliare e controllare direttamente i lavori di smantellamento al fine di evitare i pericoli». A riprova della superficialità con la quale si procedette nei lavori i magistrati elencano anche la tempistica «rapidissima»: l’eliminazione di tutti i tramezzi avvenne in tempi record fra il 14 e il 21 gennaio, vale a dire due giorni prima del crollo. Sia nei confronti di Mattei che in quelli di Canepa e Famà l’avviso di conclusione delle indagini insiste sull’imprudenza e sottovalutazione dei rischi connessi al lavoro in violazione degli articoli 150 e 151 del decreto legge sulle demolizioni interne. In altre parole si procedette come se quell’appartamento fosse scollegato dal resto, una specie di monade autosufficiente e isolata. Così non era. Il crollo della palazzina nel rivalutato quartiere Flaminio ha dato il via a una vera e propria psicosi. Complessivamente sul tavolo del procuratore aggiunto Roberto Cucchiari sono arrivati quindici esposti in merito a segnali di primo cedimento di strutture. Amministratori condominiali e inquilini preoccupati da possibili disastri. I timor più diffusi? Sembravano concentrati nei quartieri centrali come San Giovanni ed Esquilino, Prati e Parioli. Poi c’è stato il disastro di ponte Milvio e lì si è aperto un nuovo capitolo. Fonte: Corriere della Sera