L’ULTIMA VOLTA DI DARIO FO ALL’AUDITORIUM

dario-fo«Che meraviglia!» aveva esclamato allargando le braccia, quando nell’agosto scorso sul palcoscenico della cavea all’Auditorium Parco della Musica si era ritrovato davanti a una platea gremita e plaudente. Era provato nel fisico, Dario Fo, sia pure nell’imponenza della sua statura. Aveva dovuto rimandare il debutto dello spettacolo «La Parpaja Topola» del «Fabulazzo osceno», per via di un problema alle corde vocali: aveva dovuto lottare due mesi per rimetterle in sesto e, quindi, poter recitare ritrovando la sua voce alta, stentorea che il suo pubblico era abituato ad ascoltare. Nel giugno precedente aveva rilasciato al Corriere un’intervista telefonica: come sempre generoso di parole, spiegazioni, disponibilità a spiegare cosa sarebbe stato lo spettacolo, ma a un certo punto aveva esclamato «Scusa, sono stanco… non ce la faccio più a continuare la nostra chiacchierata. Ci vediamo alla cavea». Sì, era stanco il giullare irriverente, l’artista tridimensionale (fra recitazione, scrittura e pittura), che, insieme alla sua compagna di vita e di scena Franca Rame, ha rappresentato una leggenda non solo in palcoscenico, ma anche nell’impegno civile. Un impegno che aveva declinato anche nel rapporto con i giovani: le sue indimenticabili lezioni al Centro Teatro Ateneo dell’Università Sapienza sull’uso della maschera, sulla Commedia dell’Arte, venivano letteralmente assaltate dagli studenti che affollavano la sala. Tifo da stadio anche per il suo ritorno in scena a Roma, l’estate scorsa: «Ora sono qui e sono felice di sentirvi vicini e partecipi», aveva esclamato commosso il Premio Nobel abbracciando simbolicamente tutti gli spettatori (oltre tremila) che, per assistere alla sua rappresentazione, avevano fatto al fila al botteghino. E lui quella sera non si è risparmiato, ma non poteva più piroettare, come suo solito, sulla scena: appoggiato a un sgabello, ha recitato per due ore, interrotte solo da un breve intervallo, dando tutto quello che poteva dare alla platea, regalando come sempre il meglio di sé, l’essenza di un artista novantenne che ha vissuto la sua arte fino all’ultimo respiro. Sia pure provato nel fisico, sia pure appoggiato allo sgabello, anche quella sera Dario Fo ha dilagato con la sua forza interpretativa, la sicurezza della gestualità eloquente, l’uso della voce, la padronanza dei ritmi comici, snocciolando la divertente parabola dell’ingenuo pastore Giovanpietro innamorato di una bella fanciulla e alle prese con la Parpaja, la «piccola farfalla» ovvero il sesso femminile. La sola cosa che gli mancava veramente era la presenza, al suo fianco, di Franca: tornare a recitare a Roma, città che amava molto, senza di lei rappresentava un «vuoto verticale, violento». Gli sembrava impossibile che lei, scomparsa nel maggio 2013, non ci fosse più e aveva rievocato un’unione fatta di complicità ma anche di «scontri creativi, rigenerativi, energetici: ci arricchivamo vicendevolmente pure quando litigavamo per decidere cosa portare in scena». Però Dario al teatro non ha rinunciato mai, perché era la sua vita, ed è persino banale affermarlo. Un guerriero, questo sì, che ha recitato il suo spettacolo fino alla chiusura del sipario. Fonte: Corriere della sera