VILLA BORGHESE: UNA VOLTA SI FESTEGGIAVANO LE OTTOBRATE

ottobrata-romanaUna festa che si fa risalire all’epoca classica e ai baccanali che si svolgevano per celebrare Dionisio. Fino ai primi del novecento le ottobrate si svolgevano ogni giovedì del mese perché la domenica era dedicata alla Messa e il popolo romano si recava in carrettella (piccole carrozze trainate da cavalli bardati e adornati di sonagliere) in quella che allora era la campagna romana a due passi dalla città per bere mangiare e danzare sui prati. E’ bene chiarire che queste giornate di festa non avevano nulla a che vedere con le gite ai castelli. Le ottobrate, infatti, si svolgevano alle porte di Roma oggi ormai completamente inglobate nella città. Mete preferite erano l’odierno quartiere Testaccio e i prati lungo il Tevere che fino ai primi anni del novecento erano un susseguirsi di campi e vigne. Partecipare a queste giornate era un must, come diremmo oggi, un’esposizione pubblica in cui le mogli dei ricchi popolani sfoggiavano vestiti e gioielli. Chi non partecipava era etichettato come morto de fame o con la puzza sotto ar naso. Era fatidico, quindi, che pur di partecipare a queste allegre brigate si era disposti a impegnare al Monte di Pietà di tutto e, spesso, con motivazioni paradossali: la coperta tanto nun è ancora inverno! le lampade, noi annamo a letto presto; i secchi di rame l’acqua se po’ pija co la boccia de vetro. Cibo e vino a volontà facevano da cornice, con chitarre e mandolini al sartarello un ballo che alludeva al corteggiamento e ammiccava al rapporto amoroso. La danza era accompagnata dalle note melodiche e ripetitive degli stornelli, che descrivevano le giovani alle quali erano rivolte, sempre con il nome di un fiore diverso. Si giocava a morra, a bocce a ruzzola, alla “canofiena”cioè all’altalena e spesso gli animi riscaldati dal vino degeneravano e le cronache dell’epoca raccontano di risse a colpi di coltello e, al ritorno in città, di incidenti stradali causati dalla velocità delle carrettelle che gareggiavano fra di loro, finendo molto spesso nei fossi ai lati della strada. Durante i secoli XVIII e XIX i festeggiamenti per la vendemmia del vino erano organizzati anche in alcune ville patrizie messe a disposizione dai proprietari. Erano tempi nei quali la vita quotidiana del popolo romano era scandita da divieti e penitenze dettate dal rigido apparato burocratico del governo pontificio e la festa dell’Ottobrata, detta pure della Vignata, era l’opportunità di dimenticare per alcuni giorni affanni, miserie e diversità. I festeggiamenti in queste occasioni coinvolgevano, di fatto, nobili e plebei, ma con risvolti alquanto diversi. La nobiltà concedeva, è vero, spazi privilegiati, come ville e giardini, ma al tempo stesso presentandosi in veste di anfitrione buono e paterno, rafforzava il legame di sudditanza. Famose, secondo le cronache romane del tempo, le ottobrate organizzate a Villa Pinciana dai principi Borghese. L’origine delle feste nella villa si perde, più che nella storia, nei racconti tramandati. Una lapide sul muro del Teatro del parco, scomparsa misteriosamente intorno alla metà dell’ottocento, sanciva la tradizione ospitale della villa aperta al popolo romano nei giorni autorizzati dal clero di giovedì e domenica (dopo l’avvento di Roma Capitale), che poteva usare liberamente “i magnifici giardini, gli ombrosi boschetti, i deliziosi viali adorni di statue e fontane”. I nobili invitati erano invece ricevuti nei fastosi Casini adorni di affreschi e statue. Rappresentazioni teatrali, orchestre, giostre, la danza del sartarello, che come il vino che scorreva a fiumi non mancava mai, allietavano la folla che arrivava tanto numerosa che occorreva l’intervento dei soldati per smistare la gente e parcheggiare le carrozze. Particolarmente famose sono rimaste le ottobrate del 1842 che avevano visto, offerte dal principe Borghese, tre feste equestri che coinvolgevano anche le donne lanciate al galoppo su destrieri di pura razza o su bighe. Giochi atletici e spettacoli pirotecnici chiudevano le giornate. Oggi delle antiche ottobrate romane rimangono il tepore delle limpide giornate autunnali, le languide malinconie dei tramonti, le prime foglie che cadono.