PIAZZA BOLOGNA, IL DELITTO DI VIA MONACI: ERA IL 10 SETTEMBRE 1958

il palazzo di via MonaciIl mistero di via Monaci, detto anche caso Fenaroli, fu il nome dato dalla stampa al misterioso delitto avvenuto il 10 settembre 1958 a Roma in un appartamento al numero civico 21 di via Ernesto Monaci, nel quartiere Nomentano, nei pressi di piazza Bologna. La mattina dell’11 settembre 1958, Maria Teresa Viti, la domestica che lavora nell’appartamento della signora Maria Martirano in Fenaroli (n. 1911) in via Monaci, suona al campanello, ma, contrariamente al solito, la padrona di casa non viene ad aprire. La domestica chiede aiuto al portiere e al fratello della signora, ma solo l’intervento di un vicino di casa, entrato in casa dalla finestra della cucina, consente di il corpo della Martiranoscoprire il cadavere di Maria Martirano; la donna, come si scoprirà più tardi, è morta per strangolamento, il cadavere disteso nella cucina dell’appartamento. L’ipotesi di furto, realistica ad una prima analisi per l’assenza di 400.000 lire in contanti e dei gioielli, viene poi scartata poiché l’assassino ha ignorato una cifra più ingente nell’armadio della camera del marito. Le indagini, condotte dalla squadra mobile nelle persone di Ugo Macera in collaborazione con Nicola Scirè, riescono a dedurre l’ora dell’omicidio, fra le 23:30 e la mezzanotte. Fra i sospettati c’è il marito, il geometra Giovanni Fenaroli, titolare della società Fenarolimpresa, che vive a Milano, dove si occupa di edilizia. Il movente avrebbe potuto essere la possibilità di riscuotere una polizza stipulata sulla vita della moglie per un valore di 150 milioni di lire. L’alibi del marito regge: al momento dell’omicidio IL CASO FENAROLIera in ufficio in un’altra città con il ragioniere Egidio Sacchi, amministratore della Fenarolimpresa. Gli investigatori seguono comunque la pista dell’uxoricidio commesso per il tramite di un sicario e, due mesi dopo, vengono a capo del mistero: il ragionier Sacchi confessa di essere stato messo al corrente dal Fenaroli che quest’ultimo aveva programmato l’omicidio della moglie convincendo Raoul Ghiani, un operaio elettrotecnico giovane e prestante, a sopprimerla per un compenso di un milione di lire. Giovanni Fenaroli aveva conosciuto il Ghiani grazie all’amicizia di quest’ultimo con certo Carlo Inzolia, fratello dell’amante del geometra, Amalia. La sera precedente la scoperta del cadavere della Martirano a Roma, Ghiani avrebbe lasciato il lavoro in fabbrica verso le 18:30 e sarebbe stato portato in auto all’aeroporto della Malpensa, dove partì per Ciampino con in tasca un biglietto di sola andata a nome Rossi, recatosi poi immediatamente in via Monaci (una telefonata del marito, con la quale la vittima sarebbe stata convinta ad aprire la porta al Ghiani con il pretesto che questi doveva ritirare documenti riservati ed importanti, l’avrebbe preceduto), avrebbe compiuto il delitto e quindi sarebbe rientrato a Milano in vagone-letto, giungendo appena in tempo per timbrare il cartellino presso la ditta ove lavorava, il giorno 11 settembre. L’11 giugno 1961 la Corte d’Assise di Roma, con la testimonianza determinante del ragionier Sacchi, condannò Fenaroli e Ghiani all’ergastolo, mentre Carlo Inzolia venne assolto per insufficienza di prove[5] (20.000 persone, fuori dal tribunale, attendevano la sentenza fino alle 5 del mattino[6]). Il 27 luglio del 1963 la Corte d’Assise d’Appello di Roma confermò le condanne all’ergastolo per il Ghiani ed il Fenaroli, mentre Carlo Inzolia fu condannato a 13 anni di reclusione per complicità.[5] Giovanni Fenaroli morì in carcere nel 1975, Raoul Ghiani, ricevette la grazia nel 1984, mentre Carlo Inzolia ottenne nel 1970 la libertà condizionata.