VIAGGIO TRA GLI INVISIBILI DI VILLA BORGHESE

villa borgheseIl ragazzo sta poggiato indolente su uno steccato di legno. Le cicale cantano a tutto spiano, quasi non si ode altro lì intorno, nel cuore di Villa Borghese, tra via Veneto e piazza Barberini, la Galleria nazionale d’Arte moderna e piazzale Flaminio. Il caldo è torrido. Lui è senza maglietta. Aspetta un cliente. Se ci si guarda intorno si vedono corpi maschili che camminano in mezzo ad alberi e cespugli muovendosi come fantasmi, villa borghese 1surreali in quest’atmosfera surreale. Qualche metro più in là passa un pedalò con una famiglia a bordo, poi una bici, un altro pedalò e, ancora, turisti a piedi a decine. Tutti alla ricerca della fontana di Venere, dei Giardini Segreti, della Galleria Borghese, in short e macchina fotografica digitale, cartine e guida in villa borghese 2mano. Ma qui, nel caldo rovente del Galoppatoio, il mondo è tutto un altro. “Laggiù vivono gli africani, in mezzo ai cespugli, vedi?” racconta Guido (il nome è di fantasia, ndr) che a Villa Borghese passa le giornate “ormai da anni” dice, perché “è un posto che amo, con la sua anima oscura ma anche gentile”. “Gli africani li porta qui villa borghese 3un tizio che dice di aver lavorato all’Unicef e di essere andato via perché aveva avuto un infarto. Non so se ci guadagna sopra, ma ogni tanto arriva con uno nuovo e lo piazza lì” continua, indicando un cespuglio che gira tutto intorno a quello che è diventato un ‘appartamento’. “E laggiù villa borghese 4vedi? Gli altri appartamenti” con la mano segnala cespugli e ancora cespugli. “Là dietro, invece, accanto ai box dei cavalli, ci sono due tende. Ci vivono dei tizi che erano stati portati via dalla polizia non troppo tempo fa: gli avevano anche offerto un’abitazione. Ma, niente, sono tornati. Si lavano qui” spiega, indicando una specie di tubo rotto che goccia acqua. “E lì” conclude, “in mezzo a tutte quelle fratte, c’era una tettoia: ci vivevano, ma con tutto il vento che ha fatto quest’inverno ci è caduto sopra un albero. E l’ha distrutta”. Arriva un immigrato; ha la pelle scura, indossa una maglietta rossa, un grosso sacchetto bianco gli pende da una mano, la schiena è curva. ‘Entra’ nel cespuglio; poco dopo ne esce, senza più sacchetto. “Che fate qui?”, inveisce in un italiano stentato. “Andate a cercare i terroristi, a fotografare i terroristi. Non avete altro da fare?” e, lanciando le mani in aria, si allontana. Un altro insulta in francese, sputando a terra. E poi di nuovo l’enorme spiazzo bruciato dal sole del Galoppatoio, invaso di immondizia, cartacce, preservativi, giornali, bottiglie di Tavernello, di birra e di latte. Una donna prega girata verso la Mecca. Un tizio sta stravaccato all’ombra di un albero. Un altro tira un carrellino. Indossa jeans strappati, una canottiera sdrucita e un cappellino blu. Si ferma, si toglie il cappello, si asciuga il sudore con una mano. Continua a camminare verso piazzale San Paolo del Brasile. Supera una scalinata che finisce davanti a una serranda tirata giù: la serranda è imbrattata di graffiti, le scale, ricoperte di escrementi e fazzolettini, fungono da toilette pubblica. L’uomo fa ancora qualche passo in direzione di porta Pinciana, dove si trova un gabbiotto degli agenti di Roma Capitale. Gli passano accanto una mamma olandese: dice qualcosa ai due bambini che tiene per mano: succhiano un gelato e si muovono senza grande convinzione, forse vorrebbero fermarsi per gustarlo meglio. Gli passa accanto anche un americano in bermuda, sudato e con una cartina in mano: dietro di lui ci sono la moglie e la figlia, parlano di shopping e di via Veneto, che stanno per imboccare. L’uomo prende a scendere degli scalini. Là sotto, con affaccio su via del Muro Torto, a un tiro di schioppo da via Veneto e Trinità dei Monti, c’è la sua “casa”: la divide con almeno altri due amici. Uno sta bevendo da una bottiglia, l’altro sta lavando i panni sulle scale. Li appenderà sullo scorrimano nero, per poi sdraiarsi sul materasso. Ci sono secchi, sedie, comodini persino. E loro sono gentilissimi, danno indicazioni a chi le chiede. E poi tornano a sdraiarsi prima di “uscire”. Fonte: la Repubblica