IL PICCOLO POETA A PIAZZA FIUME

Tra le tante cose che si studiano a scuola, poche rimangono impresse nella memoria: scompaiono battaglie napoleoniche e astruse equazioni, ablativi assoluti e capitali africane, costellazioni celesti e scrittori del Seicento: ma di certo rimane indelebile il ricordo del fanciullino del Pascoli. Quel bimbetto, si sa, è il nostro lato poetico, «egli parla alle bestie, agli alberi, ai sassi, alle nuvole, alle stelle; egli è quello che piange e ride senza perché, di cose che sfuggono ai nostri sensi e alla nostra ragione; egli scopre nelle cose le somiglianze e le relazioni più ingegnose; egli adatta il nome della cosa più grande alla più piccola, e al contrario; impicciolisce per poter vedere, ingrandisce per poter ammirare … ». Quando siamo bambini, la sua vita coincide con la nostra, poi la sua voce e il suo sguardo permangono in poche persone, nei poeti, nelle anime semplici, negli uomini e nelle donne che continuano a provare stupore e compassione per l’esistenza; negli altri, quelli che badano al sodo perché non hanno tempo da perdere, il fanciullino muore per sempre. Ebbene, nella nostra città, all’incrocio convulso tra via Piave e via Boncompagni, (n.d.r. leggi via Calabria) proprio accanto a piazza Fiume, addossato a un mozzicone scuro delle Mura Aureliane, possiamo vedere il monumento funebre del fanciullino, forse la tomba della nostra innocenza. In una nicchia sollevata c’è la statua di Quinto Sulpicio Massimo, il più giovane poeta romano, vissuto nel I secolo d.C. e morto a undici anni appena. Sulla base della statuetta, in due epigrammi scritti in greco, si piange la sua precoce scomparsa e si ricorda la sua breve carriera: nel 94 Quinto Sulpicio partecipò con un carme improvvisato al terzo agone poetico, nei suoi versi raccontò di come l’inesperto Fetonte si mise alla guida del carro del Sole e di come quel carro fiammeggiante, dopo aver rischiato di bruciare la Terra, precipitò nelle acque di un fiume. Noi siamo lì, incastrati tra le macchine che fumano e strepitano, guardiamo quel giovinetto che tiene la sua poesia tra le mani e sentiamo qualcosa dentro, una voce flebile, lontana. E subito il traffico ci spinge più avanti.

Tratto dalle “isole”, rubrica edita sulle pagine romane de “La Repubblica”, a cura di Marco Lodoli e ripreso da romaduepass