INVESTIMENTO MORTALE AL MURO TORTO, SI CERCANO TESTIMONI

«Una ragazza e forse il suo fidanzato su una Cinquecento bianca nuova di zecca potrebbero aver assistito all’incidente dove è morto mio figlio sul Muro Torto. Sarebbe bello se riuscissi a trovarli, credo che siano stati loro a dare l’allarme e a chiamare i soccorsi». Carlo Patrignani sta svolgendo un’indagine personale per ricostruire l’incidente nel quale, martedì 7 aprile, alle 13.40 circa, ha perso la vita il figlio Riccardo, 35 anni, specializzando anestesista all’Umberto I, tifosissimo della Roma, dove è deceduto in serata durante un disperato intervento chirurgico da parte dei suoi stessi colleghi. Un dramma, l’ennesimo sulla strade di Roma, che ha duramente provato i familiari e gli amici di Riccardo, che però si sono attivati per arrivare alla verità. Nel corso della settimana un gruppo di motociclisti romani ha tappezzato la zona del Muro Torto e di piazzale Flaminio di volantini per rintracciare chi abbia visto qualcosa. E poi l’appello al telefono è 335/6907441. «E i primi frutti sono arrivati: due persone, una delle quali una dipendente dell’Umberto I, mi hanno chiamato raccontandomi di essere pronte a testimoniare – rivela il padre di Riccardo, che si era da poco trasferito nella nuova casa di Monteverde -, martedì passavano per il Muro Torto e hanno visto mio figlio a terra, con la Cinquecento vicino, persone che si sbracciavano in mezzo alla strada e più avanti un furgone bianco con un ragazzo con gli occhiali da sole e le mani fra i capelli. C’era anche lo scooter di Riccardo. E questo vuol dire che è stato agganciato dal furgone che l’ha fatto cadere». È una delle ipotesi, come quella del coinvolgimento di un altro veicolo nell’incidente. Un veicolo che poi potrebbe essersi allontanato. Il pm Roberto Felici ha disposto il sequestro del furgone e dello scooter Kymco della vittima, ma la salma si trova ancora al Policlinico di Tor Vergata dove sarà eseguito solo un esame esterno e non l’autopsia, come auspicato dal padre del trentenne. Il conducente del furgone, intanto, è stato indagato – come atto dovuto in questi casi – per omicidio colposo. «I vigili urbani mi hanno detto che si è trattato di un tamponamento, di uno scontro, ma sul fisico di mio figlio non c’è traccia di impatto, e nemmeno sul casco integrale che indossava (sequestrato anche questo) – spiega -, perciò è successo altro che deve essere ancora chiarito. E inoltre manca la prova cinetica che si effettua in casi di incidente, che il mio avvocato Pino Ioppolo chiederà al più presto». Patrignani è morto dopo che era stato trasportato in ambulanza all’Umberto I in codice rosso. «Ma non veniva considerato in pericolo di vita, poi però le sue condizioni si sono aggravate – racconta ancora il padre -, nell’incidente si sono strappati di netto il giubbotto e i pantaloni ma solo nella parte destra, come se qualcosa di sporgente lo avesse colpito in pieno. Di sporgente e a forma di “s”». Secondo Carlo Patrignani, che ha parlato con i medici, il figlio è morto per «l’occlusione della vena cava che porta sangue al cuore. È stato operato per un’emorragia al polmone destro, ma la Tac aveva evidenziato che non c’erano fratture. E lui è rimasto sempre cosciente». Fonte: Corriere della Sera