AUDITORIUM: YURI TEMIRKANOV E MARTHA ARGERICH IN CONCERTO

Ci sono concerti in cui la musica classica, la “compassata” musica classica, si fa spettacolo. Capita quando al pianoforte c’è una leonessa come Martha Argerich. O quando sul podio sale un direttore del calibro di Yuri Temirkanov. Può succedere se il programma offre una delle giocose Sinfonie “londinesi” di Haydn, o l’adrenalinico Concerto per pianoforte e orchestra op. 35 di Shostakovich, o magari una Sinfonia di Dvorák con le sue avvolgenti melodie tardoromantiche. Se poi questi fattori si trovano concentrati in una sola volta, scatta la corsa all’ultimo biglietto perché avere su uno stesso palco Temirkanov che dirige la Argerich che suona Shostakovich, nel mondo della classica equivale una delle definizioni di “evento”. E per una di quelle prodigiose combinazioni, tutto ciò accade nell’appuntamento sinfonico dell’Accademia di Santa Cecilia al Parco della Musica sabato 11 alle ore 18, e in replica lunedì 13 alle 20.30 e martedì 14 alle 19.30. Da 27 anni ininterrottamente alla guida della Filarmonica di San Pietroburgo, in Russia Temirkanov è un’istituzione vivente. Schivo e di poche parole, di solito dirige senza bacchetta. Un vezzo? Ci mancherebbe. “La bacchetta non ha un particolare significato – argomenta – semplicemente è più comodo farne a meno, trovo che il gesto sia più naturale”. A lui il compito di introdurre il programma ceciliano con la Sinfonia n. 94 “La sorpresa” di Haydn, e di concluderlo con l’Ottava Sinfonia di Antonín Dvorák. Temperamento diametralmente opposto, l’argentina Martha Argerich è inquieta, passionale e istintiva. Se partiamo dalla sua affermazione al Concorso Chopin di Varsavia nel 1965, sono esattamente cinquant’anni che la sua stella brilla ai vertici della musica mondiale. Dominatrice della tastiera, eppure imprevedibile nella sua fragilità. Al punto da rinunciare drasticamente ai recital in cui è sola sul palcoscenico. E così, da tempo suona solo se insieme a lei c’è un’orchestra oppure amici solisti con cui fare musica da camera o giovani talenti di cui ama circondarsi nei festival da lei organizzati a Lugano e a Buenos Aires. Le sue interpretazioni, soprattutto Schumann e Chopin, oggi sono dei punti di riferimento e ha lasciato il segno anche su capisaldi del ‘900 come il Concerto di Ravel e il Terzo Concerto di Prokof’ev. Appena meno frequente, il Concerto per pianoforte op. 35 di Dmitri Shostakovich, che affronterà all’Auditorium, sembra scritto su misura per lei. Chi abbia in mente lo Shostakovich pessimista degli ultimi anni, dimentichi questa immagine. Il Concerto, che prevede anche una parte per tromba solista (Giuliano Sommerhalder), risale al primo periodo del compositore russo ed è una delle partiture più esuberanti, impertinenti e al tempo stesso liriche del secolo scorso. Fonte: la Repubblica