CHI ERA NEDO NADI? UNA TARGA AI PARIOLI LO RICORDA

di Andrea Cortese

Negli ultimi mesi viale Parioli, una prestigiosa strada romana, impreziosita da platani centenari dell’omonimo quartiere, è diventata protagonista di una squallida vicenda, che ha monopolizzato la morbosa ed ipocrita attenzione dei media, attratti irresistibilmente, quanto per fortuna brevemente, dal caso delle baby squillo minorenni, che si prostituivano in un elegante palazzo di inizio Novecento, poco prima della sede dei Vigili Urbani e di Villa Glori: voglio sperare che in altri tempi un altro palazzo, sul lato opposto del viale ma un po’ più su, in piazza Santiago del Cile, abbia attirato ben altra attenzione e curiosità. Sulla facciata del civico 7, dietro lo storico fioraio della piazza, c’è una lapide scolorita dal tempo e dall’incuria, che ricorda le gesta di Nedo Nadi, una leggenda sportiva di inizio secolo, morto a soli 47 anni per un ictus, il 29 gennaio 1940, al quale è intitolata una via del Villaggio Olimpico che collega l’Auditorium al Palazzetto dello Sport. In quella casa “Visse e morì Nedo Nadi, vincitore di 4 Olimpiadi, insuperato campione nelle tre armi, atleta, soldato scrittore e maestro, esempio di grandezza civile e guerriera, tutta la sua vita fu offerta alla Patria”. Nadi fu un atleta eccezionale, precoce e versatile, unico in grado di vincere in tre discipline diverse (fioretto, spada e sciabola) 6 medaglie d’oro alle Olimpiadi di Stoccolma nel 1912 (dove esordì a 18 anni) e ad Anversa nel 1920. Prima di ritirarsi nel 1931, dimostrò ancora la sua bravura di schermitore di livello internazionale, vincendo nel 1930 il Campionato del Mondo per “professionisti”, cioè i Maestri di Scherma, nella spada. Divenuto tecnico della nazionale di scherma, vinse ancora nelle Olimpiadi del 1932 a Los Angeles (due ori, quattro argenti, due bronzi) e nel 1936 a Berlino (quattro ori, tre argenti, due bronzi). Dal 1935, fino alla morte, cinque anni dopo, fu anche presidente della Federazione Italiana Scherma. A lungo si potrebbe discutere su chi sia stato il più grande campione di scherma di tutti i tempi, ma senza nulla togliere a grandissimi atleti come Edoardo Mangiarotti o alle campionesse degli ultimi anni come Valentina Vezzali e Giovanna Trillini, va ricordato che Nadi fu l’unico schermidore a vincere in una sola edizione olimpica (Anversa 1920) 5 ori in tre diverse discipline. La prima guerra mondiale interruppe la sua carriera sportiva: arruolato come ufficiale di cavalleria combattè valorosamente nei quattro anni passati al fronte, ma rischiò anche la corte marziale per aver fraternizzato con un prigioniero austriaco nel quale aveva riconosciuto uno schermidore incontrato in pedana anni prima; fu tra i primi ad entrare nella Trento liberata, un’impresa coraggiosa grazie alla quale ottenne altre due decorazioni, questa volta al valor militare. Dopo la guerra Nadi riprese gli allenamenti ed i tornei e, vittoria su vittoria, riuscì a farsi nominare alfiere portabandiera della spedizione azzurra e capitano della squadra olimpica di scherma (Anversa 1920) che selezionò e guidò alla vittoria nei tre tornei a squadre; vinse anche quelli individuali nel fioretto e nella sciabola ma non poté partecipare al torneo individuale nella spada per un forte disturbo intestinale. Con queste cinque medaglie d’oro vinte nella stessa edizione delle Olimpiadi stabilì un primato uguagliato solo nel 1924, a Parigi, dal corridore finlandese Nurmi e battuto solo nel 1972, a Monaco, dal nuotatore statunitense Spitz, che ne vinse sette. Raccontano che il sovrano belga durante la terza premiazione avesse detto: «Siete ancora qui, Monsieur Nadi?» ricevendo la seguente risposta. «Con il Vostro permesso, conto di tornare ancora davanti a Vostra Maestà» ed infatti prima che i Giochi Olimpici terminassero ad Alberto I di Sassonia-Coburgo sarebbe toccato premiare altre due volte l’atleta azzurro, protagonista assoluto di quell’Olimpiade insieme al fratello Aldo, anche lui vincitore di tre ori a squadre e sconfitto in finale nella sciabola individuale dal fratello maggiore. I fratelli Nadi erano stati avviati alla scherma dal padre, il maestro d’armi Giuseppe Nadi, fondatore dello storico Circolo Scherma Fides di Livorno, che li allenò con durezza al pari degli altri allievi della propria scuola. Estremamente severo, Giuseppe alimentava di proposito una forte rivalità tra i due figli, destinata – nel tempo – a segnarne i rapporti. Sotto la guida paterna i fratelli si dedicarono al fioretto e alla sciabola ma non alla spada, che Giuseppe considerava un’arma indisciplinata (il bersaglio valido comprende tutto il corpo), diversamente dal fioretto (limitato al busto) e dalla sciabola (busto, braccia e testa). I due fratelli impararono pertanto a tirare di spada da soli, di nascosto dal padre. Dopo l’impresa di Anversa, Nedo accettò di trasferirsi a Buenos Aires per sostituire il concittadino Eugenio Pini nella direzione della sezione scherma dello Jockey Club, il più famoso del Sudamerica. Per tre anni fu lo schermidore professionista più ricercato e pagato del mondo e iniziò l’attività di giornalista sportivo con il quotidiano argentino La Naçion. Tornò in Italia, gravemente ammalato, nel dicembre 1923, si stabilì a Livorno e, dopo una lunga convalescenza, sposò la genovese Roma Ferralasco, giovane insegnante di educazione fisica conosciuta ad Anversa (autrice di una biografia del marito pubblicata nel 1969). Riprese ad allenarsi nelle tre armi e, a metà del 1924, ricominciò a scrivere, collaborando ai quotidiani La Stampa di Torino e a Il Litorale di Bologna. Al suo ritorno rifiutò di iscriversi al Partito Nazionale Fascista e, in ragione di ciò, subì ripetute minacce dagli squadristi livornesi almeno sino all’intervento di Augusto Turati, segretario del partito e schermidore abbastanza noto. Nel 1928 incontrò a Roma Benito Mussolini, ma declinò l’invito a trasferirsi nella capitale per aprire una nuova sala d’armi. Intanto, dal 1926 aveva ripreso l’attività agonistica professionistica arrivando a vincere in cinque anni 72 tornei, fra i quali il campionato italiano per professionisti nelle tre armi, il torneo mondiale di spada da terreno organizzato a Nizza nel 1928 e nel 1929 e, nel 1930, il campionato mondiale per spada organizzato ad Anversa dalla Federazione internazionale (Fie). Poi, logorato nel fisico, chiuse la propria carriera il 4 febbraio 1931 al teatro Lirico di Milano battendo alla sciabola il campione europeo in carica, l’ungherese György Piller-Jekelfalssy: accettò, quindi, di allenare la Nazionale italiana, ruolo voluto da Benito Mussolini in persona, nonostante anni prima avesse dovuto inghiottire dal livornese un diniego gentile ma fermo, alla sua proposta di diventare un simbolo dello stato fascista, un rifiuto in linea con la sua volontà di restare sempre un uomo libero, senza condizionamenti. Con Nadi commissario tecnico delle squadre nazionali di scherma, già nel 1932, alle Olimpiadi di Los Angeles, la squadra olimpica ottenne un risultato lusinghiero, con otto medaglie. Nel 1935, divenne presidente della Federazione Italiana Scherma, senza tuttavia trascurare l’attività di tecnico: i successi degli schermidori italiani furono confermati alle Olimpiadi di Berlino del 1936 (nove medaglie, quattro delle quali d’oro) e poi ai campionati mondiali di Parigi (1937) e di Piestany (1938). Nel 1940, anno della sua precoce morte (era nato a Livorno nel 1893), non si poteva aggiungere sul marmo di una targa che Nedo Nadi era stato un uomo così amante della libertà e così insofferente del fascismo, da rischiare, nonostante la popolarità, le botte di una squadraccia. Forse fu proprio dalle finestre di questa casa di periferia (a quei tempi piazza Santiago del Cile, alla metà esatta di viale Parioli, era quasi aperta campagna) che il grande campione si rifiutò di esporre una bandiera, per festeggiare un fallito attentato al Duce, più per istinto e temperamento, viene da pensare, che per ideologia politica. All’elegantissimo Nadi, incapace di volgarità, probabilmente ripugnava l’ istrionismo mussoliniano. Morì a Roma, in seguito a un ictus, il 29 gennaio 1940 e per suo desiderio fu sepolto a Portofino. A lui, nel 1948, verrà intitolata una Sala d’Armi a Salerno.