TUTTO QUELLO CHE C’È DA SAPERE SULL’ACQUA VERGINE

L’acquedotto dell’Acqua Vergine è stato realizzato nel 19 a.C. da Marco Vipsanio Agrippa, generale e genero di Augusto, per alimentare le sue terme nel Campo Marzio, nei pressi del Pantheon (Agrippa realizzò anche quello dell’Aqua Iulia). Frontino ci racconta che Agrippa alla ricerca di nuova acqua spinge i suoi soldati nella zona dell’attuale Salone (vicino Lunghezza), dove grazie all’aiuto di una giovane ragazza, scoprono la sorgente all’ottavo miglio della via Collatina. In memoria della giovane la nuova opera prende il nome di Aqua Virgo. O per la purezza dell’acqua? Questo non lo sapremo mai. L’aqua Virgo è l’unico ancora in funzione degli undici acquedotti costruiti dagli Antichi Romani, provvedendo al fabbisogno idrico della città, anche nei momenti più critici. Un vero record. In effetti, nei secoli fu restaurato numerose volte: da Tiberio nel 39, Claudio nel 46, papa Adriano I nel 786, Papa Sisto IV nel 1484, Pio IV e Pio V nel 1570, Benedetto XIV per il giubileo del 1750, fino ad arrivare agli ultimi recenti svolti dell’Acea. Ma il motivo della sua longevità non è la manutenzione. L’acquedotto è giunto praticamente intatto fino ad oggi perché il suo percorso è quasi completamente sotterraneo, quindi difficile da attaccare sia da parte dei nemici di Roma che dell’usura del tempo. Per lunghi tratti il suo percorso è costituito da una semplice galleria scavata nel tufo e in altre rocce rivestita di cocciopesto. Dove il terreno è incoerente o argilloso, le pareti sono in opera reticolata. Percorrendo il Gra nel tratto dalla Collatina alla Prenestina, è possibile vedere sul greto di terra a destra della corsia interne l’antico speco, sezionato per costruire l’arteria. Inoltre, i Romani superarono davvero loro stessi in questa opera idraulica: con una lunghezza di quasi venti chilometri, l’acqua scorre ad una pendenza massima di 30 cm per chilometro, Dalla sorgente alla mostra c’è un dislivello di soli 6 metri. L’acquedotto segue il percorso della via Collatina, prima della depressione del Portonaccio, lo speco deviava verso Nord, superando su viadotto il fosso di Pietralata. Superato quest’ultimo, l’acquedotto ritorna in galleria e passa sotto via Nomentana e via Salaria, attraverso villa Ada arriva ai Parioli, dove raggiunge la profondità di 43 metri sotto il Villino di Sant’Ermete a Via Antonio Bertoloni, attraversa Valle Giulia approssimativamente sotto il nifeo della villa e passando sotto l’altura di Villa Strohl Fern e Villa Borghese, entra in città sotto le mura Aureliana. Da quel punto, tante sono le fontane alimentate dall’Acqua Vergine: quelle di Piazza del Popolo, la Barcaccia, la Fontana di Trevi, dove in un bassorilievo in alto è descritta la scoperta dell’acqua, il Bottino di via Lata, la Fontana del Pantheon, la Scrofa (oggi secca) e infine la Fontana dei Fiumi di piazza Navona. Un percorso di una monumentale senza confronti a livello mondiale. Per l’alimentazione dei giochi d’acqua della grande Villa Giulia fu costruita una deviazione, ancora funzionante che scende la valle e arriva alla Flaminia, la segue sempre in galleria ed entra il città sotto Porta del Popolo, ricogiungendosi con il tratto originario. Grazie a tale deviazione, l’Acqua Vergine alimenta nel 2°Municipio le due fontane all’angolo con via di Villa Giulia: la grande Fontana dell’Acqua Vergine a via Flaminia e la piccola Fontana delle Conche, l’Arcosolio di Benedetto XIV e l’Abbeveratoio di piazzale Flaminio. Per i più curiosi aggiungo che oggi esistono due modi per vedere quest’opera che funziona da oltre duemila anni e non ha alcuna intenzione di smettere: quello più avventuroso passa da una scala a chiocciola rinascimentale, oggi gestita dall’Acea, con cui si accede all’acquedotto nei pressi di Villa Medici; quello più facile, in via del Nazareno 9A, offre la possibilità di ammirare delle arcate in marmo nei pressi di Fontana di Trevi (per l’accesso telefonare al n.060608). Fonte: roma2pass.