“CINEMA E SHOAH” ALLA BIBLIOTECA EUROPEA

Alla Biblioteca Europea, in via Savoia 13, giovedì 31 gennaio, alle ore 17, un itinerario attraverso la rappresentazione della Shoah nel cinema. Nella prospettiva della dialettica tra memoria e oblio, il discorso sulla memoria attraverso il cinema diventa quella grande mediazione, quello spazio di negoziazione delle tante rappresentazioni e della storia stessa. Relatrice della conferenza, Claudia Gina Hassan dell’Università degli Studi di Roma Tor Vergata. Il «cinema della Shoah» è, già da molti anni, oggetto specifico di attenzione critica da parte di studiosi e osservatori in tutto il mondo. Sin dall’inizio, documento e fiction si intrecciano strettamente. Dopo le riprese effettuate dagli stessi nazisti, e destinate a essere riesumate variamente più tardi, è quanto filmato in presa diretta dagli Alleati, a Est e a Ovest, alla liberazione dei campi, a occupare la scena. A partire dagli anni Cinquanta sono i film di montaggio a prevalere, film cioè che per definizione assemblano variamente materiale di provenienza eterogenea. L’apice è costituito quasi subito dal pur breve “Notte e nebbia” (Nuit et brouillard, di Alain Resnais, 1956). Abbiamo poi una lunga fase, tra anni Cinquanta, Sessanta e primi Settanta, in cui il tema della Shoah è affrontato, nel cinema di finzione, americano e non solo, con maggiore o minore coraggio, ma comunque sempre «di lato», come ingrediente narrativo tra altri, e spesso come mero elemento di spettacolarizzazione. Negli anni più recenti, tre film per tutti: “Train de vie – Un treno per vivere”, film del 1998 diretto da Radu Mihăileanu, che tratta in maniera ironica la Shoah. “Schindler’s List” (di Steven Spielberg, 1993) è invece, in modo dichiarato e nonostante il protagonista non ebreo del titolo, un tentativo di leggere la Shoah come un evento che si inserisce fino in fondo in una prospettiva storica ch’è pure fortemente ebraica, in senso molto identitario. E, infine, “La vita è bella” (di Roberto Benigni, 1997) rappresenta bene, da questo punto di vista, un’intenzione molto lontana e quasi opposta, rispetto a quella spielberghiana, con una marcata ri-universalizzazione del dramma, sia pur partendo esplicitamente dalla «questione ebraica», e anzi dalla questione razziale nell’Italia fascista.