“UN ANNO A GIUGNO” TRA PARIOLI E PIAZZALE DELLE PROVINCIE

UN ANNO A GIUGNO

di Elisabetta Bolondi

La storica Anna Balzarro, così vicina alla sensibilità dei più giovani, come aveva dimostrato nel suo romanzo precedente, L’anno della maturità, (Sinnos, 2014), si avvicina in questa nuova prova narrativa alla storia di un gruppo di famiglie romane colte nell’anno orribile, il 1943, che fu, fino alla liberazione della città il 4 giugno del 1944, un vero incubo. Quest’incubo viene raccontato attraverso l’intreccio delle vicende di una serie di gruppi familiari che vissero quei momenti che sono ormai una pagina di storia ben conosciuta da molti, ma spesso ignorata o dimenticata da troppi altri: ecco allora che l’autrice, servendosi delle fonti private, foto e testimonianze della sua famiglia, e di quelle d’archivio, dato il suo ruolo di direttrice e studiosa nell’Istituto di Storia romana dal fascismo alla Resistenza, l’Irsifar, costruisce una trama servendosi di personaggi che trae dai racconti della sua famiglia. La capacità di mettere insieme pubblico e privato, storie personali e vicende storiche, contribuiscono al fascino di questo racconto, pieno di pathos ma al contempo ricco di un’umanità colta soprattutto nei momenti della quotidianità, delle difficoltà incredibili che i cittadini romani dovettero affrontare in quei mesi che videro la caduta del fascismo, la speranza della fine della guerra, i nove mesi di occupazione dell’esercito nazista invasore, la presenza disperata dei fascisti che non esitarono a colludere con i tedeschi spiando, denunciando, arrestando. Sono tanti i personaggi che affollano il racconto, provenienti dai diversi quartieri della città: Centocelle, il Quadraro, ma anche Piazzale delle Province, via Poerio a Monteverde, i Prati nei pressi del Vaticano, via Monti Parioli. Molto spazio nel racconto viene dato ai bambini e agli adolescenti, costretti a crescere troppo rapidamente: ecco Armida e Marisa, due liceali figlie di un avvocato, la tata Giuseppina veglia su di loro seguendole nello spostarsi della famiglia dopo che casa loro è stata distrutta dal bombardamento del 14 marzo 1944. Affitteranno un appartamento provvisorio, troppo lussuoso per loro, ai Parioli, e lì per un caso avverrà l’incrocio del tutto fortuito con un altro giovane, uno slavo fuggito dal campo d’internamento di Alatri, e rifugiatosi in una soffitta, protetto dalla domestica Elettra. E ancora la famiglia fascista che si trova per caso a salvare la vita di una giovane sarta ebrea, mentre tutta la sua famiglia viene razziata il 16 ottobre. Le date significative e gli eventi della grande Storia si mescolano con episodi piccoli, con le difficoltà nel reperire il cibo, con la necessità di accogliere amici dividendo con loro il poco necessario, che l’abilità narrativa di Anna Balzarro ci rendono vicini, familiari, quasi fossimo anche noi testimoni di quelle tragedie, simili a quelle che ci siamo tramandati nei racconti delle nostre famiglie: il bombardamento di San Lorenzo, l’attentato di via Rasella con le conseguenze orribili della rappresaglia, la deportazione degli uomini al Quadraro, la fame perenne, la paura dei tedeschi, la pericolosità degli spostamenti, la lontananza e la mancanza di notizie di chi era riuscito a raggiungere i partigiani dopo lo sbarco di Anzio, che illuse troppo a lungo i romani che la liberazione da parte degli Alleati fosse imminente. Una radio messa a posto abilmente da Nino, un ragazzino intraprendente, il coraggio di Franca, che dopo il bombardamento vede i suoi capelli di ragazza imbiancarsi, Giulio, giovane ma già maturo, innamorato di Armida, conosciuta al liceo Dante, anche se ora sono lontani, lei va al Giulio Cesare ed è molto difficile incontrarsi in una città dove il coprifuoco, la paura degli attentati, i tedeschi sempre più spaventati e violenti non fanno sconti ai romani che tentano la Resistenza, anche fabbricando i famosi chiodi a tre punte: li sanno fare pure “i regazzini”, dirà Umberto, fabbro che rischierà la morte per assideramento nelle gelide montagne abruzzesi, aspettando i liberatori. Il corredo di fotografie originali che nel romanzo costituiscono un prezioso apparato iconografico fa pensare alle immagini che stanno nei cassetti di tutte le case di noi romani. Ringrazio Anna per alcuni spunti del libro in cui ho risentito la voce di mia madre: anche lei era sulla circolare diretta all’università il 19 luglio del ’43 e si salvò per caso; anche lei ascoltava di nascosto la radio, anche lei ebbe quasi pena guardando dalla finestra di viale Mazzini le colonne di soldati tedeschi, sporchi e laceri che lasciavano Roma. In questo libro colto, pieno di informazioni storiche verificate dalla studiosa, si respira tuttavia un’aria di normalità, quella che le famiglie dovettero in qualche modo mettere in atto per sopravvivere. Un episodio che fa pensare è quello della professoressa che invita le sue alunne per una merenda: Marisa e Armida, con l’aiuto della tata Giuseppina, sono riuscite a mettere insieme gli ingredienti per una profumata torta di mele, sognata come un regalo, e invece… La guerra è stata anche una delusione che i giovani hanno dovuto sopportare da adulti impauriti e disperati, e questa è una delle più importanti lezioni che questo libro piccolo, denso, pieno di valori e sentimenti condivisi, ci lascia.