POLICLINICO: ENDOVENA ALLA FIGLIA, PER IL PM TENTATO OMICIDIO

policlinicoUn farmaco iniettato endovena per mettere fine alla vita della figlia affetta da una malattia genetica. La procura ha chiesto una condanna a 10 anni di reclusione per la mamma che ha provato ad uccidere la figlioletta di 8 anni all’interno dell’ospedale Umberto I. Un tentativo fortunatamente andato a vuoto grazie al tempestivo intervento dei medici che sono riusciti a ricoverarla subito nel reparto di Terapia intensiva e trarla in salvo. Ieri, dunque, il pm Francesco Gualtieri nella sua requisitoria ha ribadito la tesi accusatoria del tentato omicidio. La donna, 30 anni, sposata e con due figli, era stata arrestata in carcere nel luglio del 2019 ed è tuttora ai domiciliari. La notte incriminata è quella del 9 maggio 2019. Intorno all’una, stando alle indagini, la donna ha iniettato il farmaco con una siringa attraverso l’ago cannula che la figlia aveva fissata poco sopra il polso. Il medicinale – il Lamictal o qualcosa contenente il principio attivo Lamotrigina – in pochi minuti ha prodotto un attacco epilettico nella bimba. I medici, che la tenevano sotto monitoraggio, si sono accorti subito che stava male e sono riusciti ad intervenire prontamente: vista la grave patologia di cui è afflitta la piccola, infatti, all’interno della stanza dove era ricoverata era posizionata una telecamera. Il medico di guardia ha notato dallo schermo che la mamma trafficava sotto le lenzuola, proprio nel punto dove la figlia aveva l’ago per la somministrazione dei farmaci, ed è entrato in azione. All’interno di un cestino, inoltre, gli infermieri hanno notato la presenza di una siringa usata e vuota. Il giorno successivo, inoltre, le analisi del sangue della bambina hanno mostrato, in relazione al principio attivo presente nel farmaco somministrato, valori quasi sette volte superiori rispetto al consueto. Il dosaggio elevato, successivamente, è stato confermato in un incidente probatorio che ha stabilito che la sostanza era altamente tossica in quelle quantità. Il perito incaricato dal gip ha aggiunto che il mezzo usato era idoneo, in linea astratta, a cagionare la morte della bambina, anche se in realtà non è mai stata in pericolo di vita. Un secondo incidente probatorio disposto per accertare lo stato mentale della donna, inoltre, ha stabilito che è capace di intendere e volere. Per i periti la sindrome di Munchausen – il disturbo mentale che affligge madri che arrecano danni fisici ai figli per attirare l’attenzione su di sé – è compatibile ma non provata. “Ritengo che il pm fondi l’accusa su elementi che non possono assurgere a rango di prova ma che in realtà sono dei meri sospetti che non possono avere tale valenza – ha commentato l’avvocato Savino Guglielmi, che difende la donna insieme alla collega Francesca Rossi – pensiamo che vi sia stato un errore infermieristico. Dalla nostra assistita non è stata somministrata alcuna sostanza impropriamente”. Fonte: la Repubblica