UN’IDEA NON MALE: LO SMART WORKING AL BAR

BARStringere accordi tra un cappuccino e una brioche, firmare il contratto smangiucchiando un tramezzino, finire la relazione che aspetta con ansia il capo sorseggiando una tisana “disintossicante”.  Che può aiutare. Ai tempi del Covid, il bar si fa ufficio.  E’ l’idea lanciata da Riccardo Suardi, bergamasco ventiseienne, che con la sua startup “Nibol” lancia ai locali della capitale l’opportunità di fare rete ospitando chi è in smartworking. E che forse, di lavorare da casa – pc sul tavolo della cucina, sedia scomoda e pupo che frigna – non ne può più. La sperimentazione è già partita nel capoluogo lombardo dove hanno già aderito 18 caffetterie. “Ma la richiesta è in aumento – spiega Riccardo Suardi – visto che lavoro agile e distanziamento sociale sono e saranno punti imprescindibili anche per i mesi a venire. Un mondo del lavoro che è stato stravolto, un cambiamento repentino che non ha fatto altro che consolidare la pratica dello smartworking in costante aumento già dal 2019. Più 20 per cento rispetto all’anno precedente. E non c’era l’allarme coronavirus”. L’obiettivo dell’hot desk è duplice: semplificare la vita di chi è in lavoro agile e offrire un aiuto ai locali per affrontare la fase del post emergenza sanitaria. Dodicimila, tra bar e ristoranti, che a Roma dopo i mesi del lockdown sono ormai col fiato corto e gli incassi al lumicino.Secondo Fipe-Confcommercio, il fatturato complessivo nei primi sei mesi del 2020 è diminuito del 45 per cento. “Un dato spalmato su tutta la città – spiega Luciano Sbraga a capo del centro studi dell’associazione – perché in realtà mentre nei quartieri e in periferia il calo è del 25 per cento, nel centro storico senza più turisti e con gli uffici vuoti, si arriva fino al 70 per cento. Sono già andati in fumo un miliardo e 250 mila euro di incassi”. Fonte: la Repubblica