ROMA: IL 50% DEI LAVORATORI RESTA IN SMART WORKING

SMART WORKINGLo smart working imposto dall’emergenza Coronavirus sta cambiando l’organizzazione del lavoro delle aziende, soprattutto quelle più grandi. Le misure di contenimento della pandemia, e la necessità di tenere a casa improvvisamente tutti i dipendenti che potevano continuare a svolgere le loro mansioni anche senza andare in ufficio, ha infatti costretto le imprese a ripensare l’attività, anche in modo strutturale. In attesa di vedere quali saranno gli effetti di lungo termine di questo cambiamento, anche con il rientro dalle ferie estive la maggior parte dei dipendenti delle grandi società presenti a Roma continuerà a lavorare da casa. Con aziende dove la modalità agile arriva a punte di oltre il 90% dei dipendenti che possono svolgere la loro attività senza andare in azienda. Contando il pubblico insomma meno della metà dei lavoratori tornerà in ufficio ma nelle grandi imprese la percentuale di chi continuerà a rimanere a casa sarà decisamente più alta. Al lavoro da remoto si è dovuta adattare anche la Pubblica amministrazione. Attualmente circa sette statali su dieci lavorano lontano dagli uffici. Da metà settembre gradualmente la metà degli impiegati che sta facendo smart working rientrerà. Per la Capitale si tratta di circa 150 mila persone su un totale di 400 mila dipendenti pubblici. E anche il comune di Roma, dove lavorano circa 23 mila persone, continuerà a tenere a casa circa la metà dei dipendenti. E secondo alcuni scenari fatti dall’Agenzia per la mobilità, all’interno del Grande raccordo anulare, a settembre potrebbero essere circa 400 mila in meno le persone a viaggiare sui mezzi pubblici nell’ora di punta del mattino. A gennaio in epoca pre-Covid a muoversi nell’ora di picco erano oltre 1,2 milioni di persone. «Lo smart working da fenomeno di nicchia, quale era fino a poco tempo fa, è diventato un modo diffuso di lavorare. Il lockdown ha funzionato da forte acceleratore e ne ha cambiato in larga misura i caratteri», ha scritto sul Sole 24 Ore il presidente del Cnel, Tiziano Treu, sottolineando come prima dell’emergenza lavoravano da remoto circa 500 mila persone, mentre nelle settimane di isolamento si la cifra sia salita a 8 milioni in tutta Italia. «La pandemia ha accelerato alcuni processi che erano già in corso – riflette il presidente di Saipem, Francesco Caio – è chiaro però che la scala e la velocità con cui in pochi mesi, nel mondo intero, è diventato normale lavorare in remoto richiede una riflessione profonda sugli impatti strutturali di un tale fenomeno: dai processi di socializzazione e rappresentanza del lavoro, all’organizzazione aziendale, al rapporto tra città e periferie, tra grandi centri e borghi, al sistema dei trasporti». Un ripensamento a cui anche il governo non potrà rimanere estraneo. L’esecutivo sta infatti lavorando a una legge sullo smart working. «Dobbiamo farla», ha detto il sottosegretario al Lavoro, Francesca Puglisi, ricordando che «il 24 settembre» con il ministro Nunzia Catalfo «abbiamo convocato una riunione con le parti sociali per ragionare sul futuro». Oltre all’andamento dei contagi, che nelle ultime settimane sono tornati a salire, per le aziende una data che farà da spartiacque sarà quella del 15 ottobre, giorno in cui è stata fissata dal governo la fine dello stato di emergenza epidemiologica. Fino a quel momento infatti le norme varate per contenere la diffusione del virus consentono alle imprese di far lavorare i dipendenti da casa senza dover negoziare niente. Successivamente invece, salvo proroghe dello stato di emergenza, saranno necessari accordi individuali. Motivo per cui le grandi aziende finora hanno cercato di muoversi con prudenza e in accordo con i sindacati. Fonte: il Messaggero